una maestosa Beatrice Venezi dirige l’inno a ROMA di Puccini


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dalla fifa di Soloviev ai somari ex cattedra, Prigožin ripulisce la TV

Guardatelo, è irriconoscibile. Provato in volto, Soloviev, il gradasso propagandista del Cremlino ieri, nelle ore dell’avanzata della Wagner, teme di veder crollare il suo mondo di illusioni e mentre scappa registra un ultimo accorato appello alla riconciliazione diretto all’uomo che lo ha fatto ricco e potente, Putin:

 

 

“ho paura che tu possa perdere il Paese. Richiama tutti a rinsavire, dice, non c’è niente di peggio di una guerra civile”. L’uomo che negli ultimi anni ha incitato all’odio dagli schermi della Tv russa e non solo, più volte è venuto ospite anche in quelle italiane (possiede due ville principesche sul lago di Como) e che non ha esitato ad invocare la guerra atomica per annientare l’Ucraina e distruggere l’occidente, improvvisamente si è fatto pecora. Semmai la storia un giorno dovesse svelarci gl’improbabili meriti di Prigožin, da questi siamo sicuri che potremo imparare una lezione di “trasparenza” impartita pro domo sua, sull’invincibile madre Russia, colosso dai piedi di argilla che da oltre cento anni affascina i somari di casa nostra, del tutto ammutoliti di fronte alla realtà dei fatti che hanno spazzato via mesi ed anni di stucchevole quando non interessata, complice retorica pacifista. La pace si conquista con le armi. Quando non è armata, la pace si trasforma in sopraffazione del più forte. La marcia disperata di Prigozhin se non ha spianato del tutto la via per Mosca, ha però avuto almeno il vantaggio di aver ripulita la Tv italiana, pubblica e privata, che dall’inizio della guerra in Ucraiana ha dato fiato e visibilità a numerosi somari tra i quali oltre che politici e noti giornalisti, ritroviamo anche docenti e filosofe,

costruendone artificiosamente dei personaggi. Soggetti ai quali abbiamo affidata la cura e l’istruzione accademica dei nostri giovani, le cui congetture hanno il solo merito di essere in lista di attesa della ribalta in quell’aria asfittica del compromesso egualitarista che strumentalmente ha saputo agitare il passato fino a farne un ciclo perenne di presente storico occupando gli apparati di sistema, le agenzie educative e la quasi totalità dei mass media divenuti riflettori di una opinione pubblica minoritaria nella società, ma pervasiva, sottile e specializzata nella mistificazione valoriale: Continua a leggere

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quel punto critico della libertà, troppo a lungo sottaciuto

Il non detto della libertà, Rubbettino editore.

In un ricco volume, Corrado Ocone, studioso del pensiero economico e politico, mette sotto la lente d’ingrandimento dodici pensatori tra quelli noti e meno noti, che hanno indagata la libertà.

Ocone, si propone non tanto di sciogliere l’enigma della libertà, quanto piuttosto di evitare il sacrificio della ragione affinché il discorso della libertà non sia sublimato in una sorta di trascendenza della ragione. Si va perciò alla ricerca del non-detto, per esempio, del non-detto dei liberali, che da Luigi Einaudi fu indicato come il “punto critico” «che, una volta superato, fa convertire ogni concetto, e quindi la stessa libertà, nel suo contrario». Il non della negazione viene, dunque, da Ocone inteso in senso forte: la negazione «non può “fondare” la libertà su qualcosa di “infondato”, un “baratro” o un “abisso”», di cui si potrebbe soltanto fare esperienza e, dunque, di cui non si può dire nulla.

Posto che intorno alla libertà ruota l’intero pensiero occidentale, Ocone puntualizza di aver scelto dodici autori, perché nella stagione dei diritti di libertà, che talvolta sembrano scadere nel libertinaggio, occorra evidenziare comunque l’urgenza teoretica del non-detto tra «chi ha teorizzato l’esistenza di due libertà», libertà da costrizioni e libertà di auto affermazione e di chi, a sua volta, come avviene nei pensatori liberali, fa vedere, come notò Luigi Einaudi, «che c’è un “punto critico”».  Un libro che dà da pensare per tenerci alla larga dagli abissi della libertà.
In questo modo, conclude, «la libertà appartiene a se stessa, non ci appartiene. Ovvero, ci appartiene perché ci si dà e in quei rari momenti in cui ci si dà, la riconosciamo fin troppo facilmente». Continua a leggere

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Napoli, scudetto di rito ambrosiano per un capitalismo familiare globalizzato

Con ben cinque giornate di anticipo sulla fine del campionato di calcio 2022-2023, il Napoli si è aggiudicato il terzo scudetto della sua storia. Festa grande e fiumi di parole si sono sprecati. Intellettuali, artisti, sociologi e finanche antropologi si sono scomodati per spiegare, chiarire, ricostruire le trame di un successo altrimenti inspiegabile se non negli atti di fede sportiva dei tifosi appassionati dalle gesta dei campioni che scendono in campo a riscattare i destini segnati dei tanti che il successo non lo conosceranno fuori della dimensione collettiva dell’appartenenza. La capitale dimenticata del mezzogiorno d’Italia, popolata di assistiti dal reddito di cittadinanza, che nell’immaginario collettivo è sinonimo di area depressa a ritardo di sviluppo, palla al piede dell’economia nazionale, di colpo si è riscoperta operosa, disciplinata e vincente. Gli entusiasmi contagiosi hanno fatto ritrovare la voce finanche agli schivi, quelli che non si curano dell’immagine ed amano operare lontani dai riflettori. Tutti hanno offerto una propria chiave di lettura più o meno attendibile, manca forse quella che in tempo di economia globalizzata, si pensava essere un modello superato di capitalismo: l’impresa familiare. Se Milano e Torino si sono lasciate sedurre dal turbo capitalismo della finanza apolide, il successo della SSC Napoli, ci fa riscoprire il modello ambrosiano d’impresa a conduzione familiare. Il primato in un settore economico altamente competitivo e molto complesso per le numerose componenti variabili che concorrono al bilancio di amministrazione, ci insegna che Napoli e l’Italia intera, possono riprendere la via dello sviluppo produttivo, che è cosa ben più ricca e durevole del misero indotto turistico, ritagliandosi nella economia dei mercati globali, un ruolo da protagonista ben diverso da quello propugnato negli ultimi trent’anni. Attendere le elemosine di paesi terzi, spesso privi di autentica cultura d’impresa; svendere i propri saperi, conoscenze e Continua a leggere

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demografia, quello che le donne non dicono

Ci preme avvisare quanti si apprestano alla lettura, che in queste righe non troverete alcun riguardo circa le nuove sensibilità morali, espressive e di pensiero contemporanee. La critica sociale e di costume sarà netta, precisa, inequivocabile. Tutti coloro che sanno di non poter tollerare osservazioni forti, libere e veritiere, sono vivamente pregati di interrompere la connessione a questo blog puntando ad altra fonte informativa in linea con i propri gusti e preferenze.

Dopo una doverosa premessa, proviamo a riprendere il filo e ad illustrare il nostro punto di vista sul dibattito che ha dominato le settimane di aprile u.s. a seguito della divulgazione del rapporto demografico dell’Istat e la feroce polemica politica che è seguita alle dichiarazioni del Ministro Lollobrigida sulla sostituzione etnica.
Eravamo poco più di 42 milioni alla proclamazione dell’Impero. 56,7 milioni i residenti rilevati dall’Istat agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso quando autorevoli rapporti internazionali ci davano IV potenza industriale mondiale, avanti la Francia e la Gran Bretagna, prima dell’entrata nell’euro. Ça va sans dire! Nulla è perduto quindi, se oggi l’Istat ci segnala che siamo poco meno di 59 milioni, gli italiani.  Il sospetto è che la voce del declino inesorabile dell’Italia per denatalità, se non si ricorre al rimedio immigratorio, sia una strumentale campagna mediatica di drammatizzazione dal tenore geopolitico al fine di tutelare gli effetti dei processi di globalizzazione. Gli spauracchi agitati con maggiore efficacia comunicativa sono quelli delle campagne deserte; delle industrie manufatturiere a corto di personale; dell’offerta del lavoro di fatica che sembrerebbe non trovare più una domanda tale da essere soddisfatta appieno. Noi vecchi, però che ricordiamo la grande proletaria, quell’Italia di famiglie numerose che lavoravano di braccia e non avevano grilli per la testa che non fossero il pane quotidiano al desco della sera, sappiamo, sì, noi sappiamo che la denatalità così come la mancanza di manodopera sono fenomeni indotti dal progressivo adagiarsi della società borghese di massa che è proseguita di pari passo alla legittima emancipazione femminile fino a conquistarci tutti, indistintamente. Irretiti come siamo dal fascino del carpe diem che non trascende l’uomo, ma lo tiene fisso al suo breve tempo svuotato di ogni anelito di futuro. L’imborghesimento generalizzato del corpo sociale ha finito per scadere nel deperimento del costume apportando modifiche profonde a quell’insieme di condotte, comportamenti e cosuetudini che siamo soliti definire enfaticamente con il sostantivo cultura. Grado di civiltà di un popolo che nel caso di quello italiano, non sia detto irrimediabilmente compromesso, perchè gli anticorpi di reazione possono essere riattivati con il richiamo alla terra ed alle tradizioni di sacrificio e sudore, la risultante della quale puo’ facilmente essere scorta inforcando nuove lenti e guardando intorno a noi. Privati del filtro edonistico e rimessi in corsa dallo spirito di sopravvivenza innata che si proietta nel proseguimento di se’. Non è credibile l’assunto per il quale gli italiani non fanno figli perchè le paghe sono basse ed i servizi alla infanzia deficitari. Ai giovanissimi basterebbe chiedere ai loro nonni operai e contadini, per scoprire che la famiglia italiana che ancora è in vita, fu numerosa e felice di poco e quel poco era una ricchezza incommensurabile: la prole, cioè noi stessi che li abbiamo traditi perdendo i nostri giorni a rincorrere le illusioni dell’effimero. Noi, piccoli borghesi infingardi che accampiamo diritti nei quali trasfiguriamo senza pudore i nostri stravizi pur di riempire i vuoti dell’alienazione esistenziale inevitabile. Diciamocelo con franchezza, se abbiamo bisogno di chiamare braccia per faticare e bambini per avere futuro, ciò vale a significare che Continua a leggere

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le urne mandano in fumo le sofisticherie della sinistra

Se i pochi, fiduciosi ed incrollabili campioni di democrazia che sono andati a votare alle ultime regionali di Lazio e Lombardia speravano di aver mandato in fumo nelle urne le sofisticherie del progressismo immaginifico, non potranno che restare delusi. A leggere lo sciocchezzario di giustificazioni e la banalità analitica nelle dichiarazioni di quelli che vanno per la maggiore intelligentia a sinistra come a destra, molti temerari della scheda elettorale finiranno per sentirsi disarmati e penseranno di non aver più strumenti idonei a comunicare con la classe dirigente della nazione. E’ di tutta evidenza infatti, che questa viva un mondo parallelo; che abbia traslato dalle aspirazioni semplici e dai bisogni materiali delle persone comuni per giungere all’iperuranio platonico delle idee perfettissime ed immutabili, impossibili da realizzare nella valle delle lacrime umane, troppo umane, anche a voler bere l’amaro calice della sfrenata fantasia dei folli.
A restituirvi un’idea cari affezionati lettori, vi offriamo un eloquente campionario della disillusione a seguito del quale non potremo far altro che sottoscrivere la resa incondizionata: il voto serve a poco e sicuramente non fa più politica:
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il conflitto tra Fede, scienze e diritto

Siamo soliti definire complesse le moderne società per la disomogenea composizione e spesso per la variopinta gamma di relazioni che da questa ne vengono a rinnovare nel quotidiano il conflitto tra Fede, scienze e diritto. Rapporto stridente, ma solamente in apparenza perchè a ben riflettere, Fede, scienza e diritto non sono necessariamente in contraddizione. Ci soccorre a riguardo, l’esempio di un giovane magistrato, Rosario Angelo Livatino, che la Chiesa di recente ha elevato agli onori degli Altari con la proclamazione a Beato. Martire di giustizia per mano della mafia e Martire della Fede alla quale ispirava la sua condotta di chiarissimo magistrato. Da laico, Rosario operava nella società a fine ultimo di Giustizia traducendo nella pratica del suo quotidiano lavoro, la difesa della vita in opposizione alla morte e la consacrazione dei valori etici che informano tanto la Dottrina Cristiana, quanto la Costituzione della Repubblica amava sottolineare; si leggano gli articoli 7, 8, 19 e 20. Ebbene, Continua a leggere

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Vialli e Mihajlovic, ricerca scientifica in fuori gioco

Il cancro. A distanza di poche settimane si è portato via prima Mihajlovic e poi anche Vialli. 53 anni Sinisa, 58 Gianluca. Due tra i campioni più amati dagli sportivi. Due atleti, due archetipi dell’uomo sano. Quel capolavoro di ingegneria biodinamica capace di gesta e prestazioni al limite dello sbalorditivo. Come tanti, dapprima attaccati da piccole cellule impazzite che la scienza promette di contenere e poi entrambi, di mutazione in mutazione, inesorabilmente finiti per veder soffocare e soppressi gli organi vitali ad opera di queste parassite lungo un percorso tanto deludente quanto dolorosissimo di sofferenze ed abbandono. Chi scrive, sa di che cosa scrive per aver fatto esperienza familiare diretta da adolescente e di recente, in età matura, quasi in sincrono al calvario di Mihajlovic e di Vialli. Abbiamo patito la morte in famiglia di cancro quarant’anni orsono ed abbiamo registrata la morte in famiglia in queste ultime settimane. Di cancro si muore e la scienza non ha nulla in mano da offrire ai malcapitati. La ricerca è fuori gioco, per restare alle metafore sportive. Lo era negli anni ’80; continua e resta in fuori gioco oggi, XXI secolo. Ogni Santo anno che il Signore manda in terra, si raccolgono donazioni per milioni di euro Continua a leggere

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che cosa stai facendo Giorgia?

La destra, non sembra propriamente lucida e pronta come prometteva, sul da farsi. Non dice una parola chiara sulla autonomia differenziata anzi, parrebbe disposta ad assecondare la secessione dei ricchi vessillo trentennale di un alleato che gli stessi elettori settentrionali hanno ridimensionato nelle urne. Almirante si starà rivoltando nella tomba. Fratelli d’Italia che si promette erede della migliore tradizione unitaria nazionale e risorgimentale sin dal discorso della fiducia alle Camere, sembrerebbe cedere al pervicace tentativo della Lega di recuperare quella base di egoismo antimeridionalista che fece la fortuna della Lega lombarda di Bossi. Si sente poi ipotizzare una tassa sulle consegne a domicilio, efficiente ed efficace servizio a basso costo reso ad una larga parte della popolazione tra le più anziane al mondo oltretutto, una tassa odiosa che farebbe impennare ancor di più l’inflazione e taglierebbe inevitabilmente posti di lavoro che per quanto precari, sono comunque una risposta produttiva del mercato al RdC. Dalla destra conservatrice alla destra passatista, il passo è breve se non si recupera autorevolezza, visione politica di schieramento e  s’avvia in maniera intelligente, quell’auspicabile e necessariamente lungo processo di egemonia culturale da sottrarre alla sinistra che ha destrutturate e messe in crisi la coesione sociale e relazionale della società italiana. In economia dalla destra ci si sarebbe aspettati infatti, non una proiezione retrospettiva, ma una spinta alla modernità immaginando incentivi alle PMI del commercio capaci di alzare una seconda saracinesca sul web, aperta notte e giorno in concorrenza ad Amazon con agevolazioni fiscali degli utili digitali prodotti dai negozi fisici aperti da imprese commerciali fino a 25 dipendenti, ad esempio. Un governo consevatore tutela la cultura ed i valori tradizionali, non scende in campo economico per lottare contro il progresso e l’innovazione con il contante e le tasse sul commercio elettronico che Continua a leggere

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France, coup de poignard dans les épaules de l’Italie

Maggior deficit, in cambio di migranti. Fu il governo Renzi nel 2014 a firmare il baratto con l’Unione Europea. L’Italia autorizzata a sforare il patto di stabilità in cambio di un’ assunzione esclusiva di responsabilità sullo scottante dossier migratorio del Mediterraneo. Le navi delle Ong in servizio di trasporto sicuro con la sponda africana, avrebbero fatto rotta sui porti italiani. E’ cosi’ che l’Europa si sbarazzo’ dei diritti umani e dello spirito di accoglienza ed inclusione nel mentre che Renzi raggiungeva l’apice della sua carriera con il 40% di consensi alle elezioni europee sospinti nelle urne dagli ottanta euro in deficit pagato a caro prezzo dall’Italia gettata nel caos totale alle prese con la gestione di flussi migratori incontrollabili che perdurano incessanti da oltre otto anni, sotto l’egida delle organizzazioni criminali libiche. Partono da qui le premesse del successo politico di Fratelli d’Italia che ha portato Giorgia Meloni a palazzo Chigi e stizzito il signorino dell’Eliseo,  già banchiere Rothschild.
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