Amministrative, confronto tra sviluppo ed economie asfittiche

Napoli è una città povera, il nuovo Sindaco dovrà creare le condizioni per gli investimenti che generano sviluppo ed occasioni di lavoro. Se il Comune è indebitato, i fondi del “recovery plan”, però consentono l’impiego nel recupero ambietale. La bonifica della terra dei fuochi, ad esempio, l’avvio di un ciclo industriale dei rifiuti che superi gli ideologismi; il risanamento della pericolosa edilizia fatisciente, culla della criminalità. Sarebbero il giusto viatico per abbandonare l’assistenzialismo e mettere in moto le potenzialità che pur la città possiede. Se la politica è morta, il movimentismo non sta bene ed ha comunque fallito su tutti i fronti: politico, economico, sociale e soprattutto amministrativo. Roma, Torino, Napoli avanti a tutte, patiscono un declino inarrestabile. Il fallimento di un modello di sviluppo asfittico che la pandemia semmai fosse possibile, ha avuto il “merito” di rendere edotte tanto le classi lavoratrici, quanto i ceti produttivi ripiegati entrambi nella ridotta del turismo, settore sovraesposto alle turbolenze della globalizzazione. Una economia fragile, precaria, monosettoriale, suscettibile a troppe variabili  di sistema indipendenti dalla bravura e dai meriti degli operatori. Un modello amministrativo, quello civico-movimentista, che ha fissato ad obiettivi la desertificazione industriale in ragione di un ambientalismo “contemplativo” e la resistenza ad oltranza ad ogni attività economica infrastruttuale, le sole capaci di trascinare a cascata un indotto di sviluppo professionale e posti di lavoro reali che si è pensato di surrogare con l’assistenzialismo di conio neo clientelare, affidandosi alle mani della finanza intermediata nella particolare contingenza epidemica, dalle Istituzioni della Unione Europea. Ebbene, se mettiamo a fuoco le proposte per i prossimi rinnovi amministrativi, non possiamo che prendere atto di un elemento sconcertante: ad avere il polso sul da farsi; ad offrire una ricetta di sviluppo percorribile perché le grandi città ristrutturino le loro economie e ritrovino l’antico splendore, è la vecchia politica. La vecchia scuola travolta da tangentopoli, è quella che ci offre il quadro più chiaro e plausibile, la ricetta più convincente. E’ una delusione forte, anche per noi. Una presa d’atto, non una riconversione di quelle che vanno di moda negli ultimi tempi. Teniamo a sottolinearlo soprattutto per quanti sono assidui visitatori di queste pagine in rete da molti anni. Lettori che hanno imparato a conoscere le nostre idee sulla politica e sull’etica che deve necessariamente ispirarla, epperò se le nuove proposte devono essere l’alternativa tra l’usato insicuro dei Bassolino ed il nuovo improbabile dei Fico che dovrebbe misurarsi nella pratica concreta dei trasporti, dei rifiuti, del patrimonio da mettere a reddito, delle Partecipazioni da ristrutturare, dei servizi al cittadino, dopo venti anni di sinistra e dieci di Centri Sociali al potere nella metropoli del mezzogiorno, carissimi, meglio, molto meglio l’amministrazione dei partiti della prima Repubblica. Le masse popolari sono cadute in disgrazia. E’ questa la fotografia del reale. Che cosa se ne fa Napoli dell’amore, della melodia, del bel canto? Che cosa se ne fanno i napoletani dei diritti agitati ad ogni pie’ sospinto alla stregua di una cortina fumogena? Che cosa se ne fa Napoli dell’accoglienza se anch’essa è preda della disperazione nera? A che cosa servono le belle parole di giustizia ed equità sociale se poi i tributi sono al massimo delle aliquote ed in media si deve sborsare il doppio rispetto a Milano per spedire i rifiuti all’estero piuttosto che valorizzarli in loco? Napoli ed il meridione si sono spopolate. Hanno perso i migliori talenti perché negli ultimi venti anni gli orizzonti esistenziali sono spariti. I giovani sono indisponibili oggi a spendere l’intera loro vita lavorativa nel volontariato assistito. Preferiscono emigrare piuttosto che rassegnarsi a servire ai tavoli dei ristoranti o recapitare pizze e caffé da un capo all’altro della città, il più delle volte lavorando in nero. C’è bisogno di ritornare alla politica. C’è urgenza di Continua a leggere

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Draghi politico che non t’aspetti, normalizzatore di Lega e M5S

Le idee economiche di Mario Draghi sono note: capitalismo liberale; Europa; mercati globali. Quella che è meno nota all’opinione pubblica, è la sua dimensione politica. Draghi, è più politico di quanto si possa immaginare, scrive De Bortoli. Alcune delle sue idee economiche, riuscirà sicuramente a tradurle in pratica, altre, sarà costrette ad abbandonarle per le resistenze all’azione di Governo che inevitabilmente i partiti porranno in essere. Sarà nei rapporti con la maggioranza che si prefigura dalle dichiarazioni d’intenti, che potremo misurare l’indice politico del banchiere globale. Sarà capace di fare tutto quanto il necessario per l’abolizione di quota 100 in tema previdenziale e superare i problemi della Lega? Farà tutto il necessario per  ridimensionare il reddito di cittadinanza e superare i problemi posti dal M5S? Sarà in grado di fare tutto quanto il necessario per tagliare i sussidi alle aziende decotte che non hanno prospettive di mercato e superare i problemi del PD ed anche del M5S se pensiamo ad Alitalia, ad esempio? Idem ci si chiede per la riforma della istruzione ed in particolare della Università, Draghi immagina Atenei votati alla competizione concorrenziale ben lontana dai laurifici disegnati dal PD. Da questo primo giro di consultazioni quindi, parrebbe dalle indiscrezioni trapelate, essere venuto fuori il Draghi che non t’aspetti: normalizzatore di Lega e 5 Stelle. Nei colloqui a quattrocchi tra il banchiere ed il comico genovese, i grullini hanno dovuto fare i conti con la realtà oggettiva delle cose. Voteranno la fiducia al Governo della BCE, contro la quale hanno costruito nel corso degli anni le migliori fortune elettorali che un Parlemento avesse mai riservate ad un Movimento antagonista del sistema.  I grullini saranno costretti loro malgrado, dal Draghi politico, a mandare in pensione anticipata il primato della volontà popolare e la democrazia diretta sulle tecnocrazie degli apparati finanziari. Non di meno è accaduto alla Lega che da sovranista, è ritornata Lega nord e promette fiducia a Draghi pressantemente sollecitata  dal coacervo di interessi industriali ed imprenditoriali dei bauscia che puntano a riallacciare la rete di relazioni affaristiche europee. Si ricomporrà quindi con il Governo Draghi, il quadro politico-economico pre-populista con la Meloni unica patriota portatrice dei valori sovrani nazionali garantiti dalle tradizionali clientele di riferimento meridionalista ereditate dal MSI prima, poi AN. Il lavoro sotto traccia compiuto da Giorgetti, l’eminenza grigia del leghismo varesino sul capitano, già Continua a leggere

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l’Italia nel delirio palingenetico del recovery fund

Biden è il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America, ma il mondo dei Clinton e di Obama è comunque svanito e non ritornerà. La pandemia ha mandata fallita la globalizzazione e messa in crisi la democrazia. La pochezza dell’uomo nuovo, fabbricato con la malta del politicamente corretto“, protagonista immaginario della generazione futuro come l’aveva teorizzata Obama nel suo discorso d’insediamento, civilizzata e priva di passato, si è mostrata chiaramente agli occhi della contemporaneità che a ben riflettere è sempre avanguardia della storia, prodotto di un nuovo passato. Calate nella pratica del reale, le utopie realizzate finiscono per esaurire ogni spinta di progresso e ripiegare inevitabilmente sulle posizioni di disagio iniziale che pur si pensavano superate. Così come fu per il collettivismo, lo è stato per l’utopia della globalizzazione con la quale si è pensato di poter far viaggiare la democrazia di pari passo al mercato. Abbattute regole e confini, ci siamo ritrovati in un mercato selvaggio dove politica e democrazia hanno avuto sempre minori spazi, rimpiazzate dalla finanza. La globalizzazione è stato il fattore determinante ad esempio, del neoimperialismo cinese condotto sulla via della seta in nome del mercato piuttosto che della democrazia. Lo stesso multilateralismo così tanto evocato dai liberal-progressiti, è lo strumento con il quale la dittatura di Pechino si è fatta scudo per aprirsi la strada verso nuove aree di conquista. Lo sviluppo di questo mondo è stato interrotto dall’avvento sulla scena di Trump e non ritornerà con Biden, ribascisce Giulio Tremonti, economista, fine pensatore, osservatore e studioso attento alle dinamiche globali che incidono direttamente sulla vita degli italiani. La pandemia, sostiene il prof. Tremonti, ha sabotato i meccanismi dei processi globalizzati e nemmeno al vaccino riuscirà  di ripristinarli. Gli effetti devastanti in termini sociali, economici e soprattutto di approccio positivo all’espansione progressiva degli scambi, resteranno compromessi per sempre. La sfida che l’uomo nuovo, l’uomo obamiano, ha lanciato alle civiltà nel tentativo artificioso di riunirle sotto un unico ombrello politicamente corretto, è andata perduta. Gli stessi sistemi democratici sono stati messi in crisi dalle dinamiche dei mercati globalizzati che hanno di fatto disarmata la politica. Se prima i Parlamenti erano in grado di intervenire sulle cause endemiche delle crisi, oggi non possiedono strumenti d’intervento idonei e sufficientemente efficaci per rimuore gli ostacoli che si frappongono su scala planetaria. Non resta che una sola via per uscire dalla crisi, quella politica e non è certamente quella tecnica di stampare moneta ad libitum. L’eccesso di finanza combinato agli effetti disastrosi di una pandemia, può tirare giù l’intero sistema e dare corpo a rivoluzioni cruenti. E’ già accaduto nel corso della storia esattamente nei termini che si sono riproposti con la crisi del coronavirus. In un simile contesto, l’Italia investita da problemi che hanno origine fuori dai confini nazionali, sta assumendo sempre più i caratteri di un perverso laboratorio sperimentale alle prese con flussi migratori incessanti; finanza creativa; tecnologie incontrollabili e macchine ruba lavoro. Una sorta di Continua a leggere

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recovery fund, le riforme che ci spezzeranno le reni come la Grecia


La DG reform, la nuova Direzione Generale per le riforme istituita dalla Commissione Europea di Ursula Von der Leyen per aiutare gli Stati membri ad attuare le riforme auspicate dal programma di ripresa economica meglio noto come “recovery fund”, è stata mutuata dal modello della “task force” tecnica che nel corso della crisi finanziaria del 2013, pianificò e curò l’attuazione delle riforme lacrime e sangue di Grecia e Cipro. Ricordate? Feroci tagli alle pensioni, alle retribuzioni, al sistema sanitario; licenziamenti nel pubblico impiego; svendita del patrimonio Statale acquisito in gran parte dalla Cina (porti) e dalla Germania (aereoporti). Ecco, la conferma delle competenze che fanno capo alla “DG reform”, ci viene direttamente dal direttore Mario Nava, milanese, economista, una vita trascorsa nei “bureaux” brussellesi: senza riforme, non arriverà un solo euro! Gli aiuti saranno una tantum. Dispiace mandare deluse le tante aspettative di quanti hanno pensato che l’Europa avesse riformate le sue regole di bilancio, il recovery fund non entrerà negli strumenti di finanza ordinaria della Unione. Gli italiani sono dunque avvisati. Per la ripresa post covid, l’Europa ha già pronto il suo armamentario fiscale che la politica euroinomane sottace quando finge addirittura di non sapere. Quei prestiti che graveranno sul futuro delle prossime generazioni, a noi che li prenderemo, spezzeranno le reni come è stato per i greci e per i ciprioti che ancora ricordano le file ai bancomat vuoti, sbloccati dalla BCE solamente a distanza di settimane, con prelievi quietanzati. Riservati a coloro ai quali era rimasto qualcosa in deposito sul conto dopo i prelievi forzosi operati per ripianare i debiti. Esperienza che in particolare i ciprioti faticano, ancora a distanza di tempo, a digerire, al punto che si sono messi a vendere cittadinanze pel mondo pur di attrarre liquidità dopo lo svuotamento delle loro banche. L’Italia è stata aiutata non perché sia stata abile a trattare con l’Europa a suo vantaggio come lascia credere Conte, ci spiega un’altra europeista di ferro, Veronica De Romanis, ma perché la sua è una economia molto fragile che se fosse lasciata fallire, rischierebbe di compromettere anche le altre economie della Unione. Se però Bruxelles non vedrà implementate le riforme di fisco, lavoro, Pubblica Amministrazione, Giustizia e non vedrà raggiunti qualitativamente e quantitativamente gli obiettivi fissati dalle riforme stesse, l’intero piano di aiuti svanirà nel nulla di fatto. I soldi dell’Europa non sono regali, ma catene, ribatte il prof. Sapelli. Perché si faccia l’Europa, bisogna che siano gli Stati a rifiorire e per stare insieme bisogna che si diano una Costituzione. Non è possibile che l’integrazione europea sia regolata da Trattati che affidano il potere decisionale ad entità sovranazionali e non rispondono al popolo mentre dall’altro versante del nostro occidente, negli USA, spadroneggia la finanza apolide. Accertato dunque che non sarà possibile proseguire a colpi di scostamenti di bilancio, per non incorrere in una nuova crisi del debito che è aumentato di ulteriori 150 miliardi, sarà bene trovare per la ripresa soluzioni alternative. Dal “recovery fund”, prendere i miliardi a fondo perduto e finanziare la crescita con risorse nazionali, non a debito. Una vecchia volpe democristiana, di scuola andreottiana come Continua a leggere

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Lega e FdI già bannati dalla nuova CDU di Laschet

Nein. Nel segno della continuità con la Merkel, il nuovo segreterario eletto al congresso in videoconferenza della CDU tedesca, ha già bannata la destra in Europa. Confermate dunque da Laschet, le interferenze sulla politica italiana mediate dal PPE a nome dell’Europa. Ancora una volta, le scelte del partito di maggioranza relativa nella grosse koalition che guida la Germania da lungo tempo, avranno la meglio sulla democrazia italiana e sembrerebbero mettere al sicuro Conte, almeno finché i liberali centristi forzaitalioti non riprenderenno fiato o meglio, voti. Prospettiva alquanto remota nell’animo dell’elettorato peninsulare. Rotto ogni argine diplomatico, la nuova CDU di Laschet rompe gli indugi e mostra apertamente le sue determinazioni per l’Italia: non si deve votare. C’è il fondato rischio che a vincere sia la destra di Salvini e Meloni. Conte, può tirare a campare. Se ciò non accadesse, pronti ad agitare la minaccia dello spread su di un eventuale Governo eletto Lega/FdI: l’Europa ha concesso generosi aiuti perché nessuno è direttamente responsabile della crisi pandemica a patto, però che in Italia non si facciano i soliti giochetti politici. Propriamente giochetti, chiama le Continua a leggere

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bianca e nera, cogli le differenze tra violenze


Si può sostenere che la violenza nera è levatrice di un nuovo ordine sociale mentre la violenza bianca è una minaccia incombente per la democrazia? In democrazia è la volontà popolare a dover essere sempre ed in ogni circostanza rispettata. In America, come in Italia invece, per la sinistra la volontà popolare coincide con il Governo delle oligarchie. Quando il voto esprime un orientamento opposto, allora devono scattare tutti gli allarmi e le misure approntate dal sistema di controllo ideologico-culturale per rovesciare l’ordine costituito dalla volontà maggioritaria degli elettori. E’ quanto accade ad esempio in Italia, dove la sinistra ed il versante più ampio liberal-progressista, governa da dieci anni senza mai essere uscito vittorioso dalle urne. La violenza non c’appartiene, ribadiscono sul fronte opposto i liberal-conservatori dopo gli incresciosi episodi di assalto al Parlamento di Washington. Il passo falso di Trump, che in tutta evidenza è stata una azione a fini di propaganda risoltasi in gesta di autolesionismo politico con morti e feriti, avrà ripercussioni negative su tutte le destre mondiali. Che non ci fosse un’azione insurrezionale preordinata, lo dimostra la mancata adesione delle forze armate. Le stesse forze di polizia del distretto di Washingthon, pur sospettate di complicità, non sono rimaste impassibili. Molti agenti hanno avuto un moto di reazione che ha fatto morti e feriti anche tra le file della sicurezza. Non bastano infatti gli straccioni, perché vada a buon fine un colpo di Stato è necessario che l’esercito sia schierato con il golpista. Tanto dimostra che un accusa di alto tradimento mossa contro Trump, non reggerebbe in un aula di Giustizia a qualuque latitudine. D’altronde, non si può nemmeno sbrigativamente tacciare di sola ignoranza l’assalto degli insorti di Washington. Significherebbe chiamare fuori dalle responsabilità, la politica. La spavalderia con la quale gli assalitori hanno travolto la prima linea di sbarramento della Polizia del Campidoglio, sta a dimostrare che si sentivano sicuri di avere un popolo dietro a sospingerli. Un popolo composito di rurali esclusi, di emarginati, di operai delle zone industriali in declino colpiti duramente dai processi di delocalizzazioni competitive. Le masse più autenticamente americane a cui Trump ha saputo dare voce e politiche di tutela che avevano di fatto azzerata la disoccupazione e che oggi con il duo liberal Biden-Harris richiano di essere espulsi dai processi produttivi. Quelli sprovveduti, cercavano un Cesare. Vagheggiavano un capo che li riscattasse e Trump in fondo, non poteva esserlo. Quelle stesse masse popolano anche la Penisola, trascurarle ancora a lungo, potrebbe risultare un grave, imperdonabile errore. Non è importante invece per alcuni alcuni che al Governo siano eletti i migliori. Fondamentale è che il sistema abbia strumenti di tenuta complessiva robusti, in grado di arginare le pulsioni di colui che è stato portato al vertice, come ha dimostrato il sistema americano che ha saputo disinnescare le spinte eversive del Presidente. Anche in Italia c’è una destra moderata che aspetta solamente un nuovo demiurgo, libero da conflitti di interessi e capace di riportarla alla luce. Una destra borghese che stemperi le vibranti emozionali del populismo autoritario. Dove sia questa destra non si sa. Forse Continua a leggere

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quella complessità che si risolve sempre in una fregatura per noi

I problemi sono complessi. La società aperta, globale non ha soluzioni semplici. La nostra è una società complessa. Quante volte avete letto od ascoltate in TV simili affermazioni uscite dalle bocche forbite di giornalisti, politici, maitres à penser, di quelli pagati non per suggerire soluzioni ordinate ed efficaci, ma per problematizzare situazioni che molto spesso andrebbero a soluzione con uno sforzo modesto, se solamente si volesse. Invece, i problemi che ci affliggono non hanno soluzioni, a sentir questi scienziati devono restare sospesi a mezz’aria, contemplati per decenni in attesa che tutti siano d’accordo come se la storia delle nazioni non fosse la risultante dei rapporti di forza, ma fosse stata scritta da consessi tanto innocui, quanto inutili. Prendiamo i temi della immigrazione ad esempio, o quelli dell’Europa che affliggono la politica italiana, oppure quelli economici che investono tutti e che appaiono irrimediabilmente compromessi dalla globazzazione epidemica che forse a frontiere controllate non c’avrebbe aggrediti virulentemente. Temi complessi, di difficile soluzione, ci spiegano i pensosi intellettuali che osservano le cose di questo mondo molto spesso pensando ad un altro mondo. Il mondo che piacerebbe loro, disegnato perfetto da menti raffinate e colte, che però non si sono mai misurate su questa terra umile e sporca:  l’Italia da sola non può riuscire a risolvere, non può farcela, deve aspettare il concerto dei paesi che decidono in sua vece. Benissimo: è complesso riportare a casa i migranti economici di cui non abbiamo bisogno. Poi si viene a sapere che l’Australia, la democraticissima, liberale, sovrana Austrialia decide per sé e risolve con efficace determinazione il problema. Li rifocilla, li cura, gira la prua e li riaccompagna a casa. Dolcemente, per mare, da dove sono arrivati. Tutti insieme per non farli sentire soli. L’Italia invece aspetta che a dipanare questa complicata matassa siano le organizzazioni internazionali, le ONG, le quali in via equitativa rispondono con un intrigato reticolo ordinamentale di Trattati, Convenzioni, Carte dei diritti mai dei doveri, chissà poi perché, accordi per i quali la sola ed unica soluzione è quella di mantenerli sulle amate sponde dal mite clima peninsulare. Tutti soddisfatti: ONU, UE, FMI, Lega araba, Commissione, Governo e giovani sani, forti e robusti in cerca di avventure provenienti dai quattro angoli della terra, i quali saranno ben lieti di essersi liberati delle frange di disagio sociale, dei “sans papiers” e saperli affidati alle cure umanitarie dell’accogliente Italia, pronta a toglierselo di bocca per darlo loro. Che Dio la benedica e la mantenga nella Sua Gloria in aeterno. Epperò anche noi riceviamo dalla solidarietà internazionale, ci raccontano. I miliardi in prestito messi a disposizone dalla Commissione sono un passo importante nella direzione della integrazione europea. Un segno tangibile di solidarietà in favore dell’Italia che altrimenti non disporrebbe degli strumenti per uscire dalla crisi economica seguita all’epidemia del covid-19. Leggi, leggi, studia i dati, pensa e scoprirai che l’Unione Europea non si è mossa di sua sponte, ma perché ispirata dalla Germania. La stella polare di Bruxelles nel cercare la soluzione del “recovery plan”, ha seguito un semplice ragionamento: il covid ha frenato la Cina. Le nostre esportazioni hanno registrato un brusco calo. In questo scenario sarà bene compensare le perdite ad oriente con una ripresa delle esportazioni a occidente verso i nostri vicini. In fondo la Germania ha sussidiato le sue imprese con l’intermediazione della UE che concede prestiti ai suoi competitori perché riprendano a consumare. Una politica ben collaudata. Ricordate i prestiti delle banche tedesche ai consumi della Grecia? Poi rientrati con l’intermediazione del Fondo salva Stati dove Mario Monti verso’ 60 miliardi di quota parte italiana che salvarono Atene dal default perché prontamente girati alle creditrici Deutschen Banken. Ed è stata ancora la Germania a promuovere il nuovo accordo siglato tra Cina ed Unione Europea. Se il sistema globale post covid non Continua a leggere

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il leviatano della next generation eu


Se la politica s’impradonisce del recovery fund, con CDP nel ruolo che fu della IRI, Giavazzi prevede che sarà l’ultima delle tante occasioni sprecate per lo sviluppo dell’Italia. Più Stato o più mercato per far ripartire la crescita? Annoso dilemma. Lo Stato azionista non è una soluzione idonea per il liberista classico, perché il padrone pubblico punta naturalmente alla rendita di posizione, garanzia di facile consenso diversamente dall’investitore privato, che rischia in proprio e pur di conquistare nuove fette di mercato è obbligato ad innovare. Riconosce però che in Italia, come in Francia, vi sono alcune eccezioni nelle quali lo Stato imprenditore è riuscito a mantenere separate la politica dalle finalità dell’ impresa, come ad esempio Enel ai cui amministratori, pur nominati dal Tesoro, è stata opportunamente concessa autonomia operativa ed indipendenza di valutazione tanto da fare dell’impresa pubblica un competitore dell’energia su scala mondiale. Eccezioni per l’appunto. Di regola, osserva il liberista, l’impresa pubblica fallisce i suoi scopi, vedi Alitalia, nella quale lo Stato ha investito tanto ed ottenuto nulla sia in termini di profitto, sia di servizi. Anche l’impresa privata, però ha miseramente fallito quando si è cimentata con le concessioni pubbliche e l’industria strategica, vedi Autostrade ed Ilva, casi emblematici nei quali l’ingordigia del privato ha prevalso irrimediabilmente sulla sicurezza e l’incolumità della comunità nazionale. Quindi, s’è vero che il capitalismo è distruzione e rinascita di ricchezza, è anche vero che sottrarre la materia umana dai costi, non genera profitto, piuttosto stragi e morte sicura. C’è poi un altro fattore che non va trascurato nell’affidamento delle risorse del recovery plan e l’esperienza che fu propria della IRI ci soccorre. Gli investimenti dovranno essere redditizi e rilanciare l’economia, oppure una quota significativa di queste risorse dovrà essere impiegata per recuperare allo sviluppo ed alla produttività aree emarginate della penisola? Se a Giavazzi non fosse sufficientemente chiaro, gli rendiamo noto che il nostro meridione, sciolta l’IRI  e svenduti i suoi marchi sul mercato globale, è rimasto letteralmente desertificato. Alla sua gioventù, autentico patrimonio nazionale, non è stata offerta più alcuna occasione di riscatto e di futuro. Si è pensato che anche le sue intelligenze ed abilità, potessero essere ragionevolmente mortificate dall’emigrazione qualora non avessero accettato l’impiego nei servizi turistici. Oggi la pandemia ci ha insegnati che non c’è libertà d’impresa se una parte della nazione è trascurata dal capitale che sia pubblico, che sia privato. I soli servizi non reggono una economia. Di soli servizi non vive una nazione. Dobbiamo ricrederci nostro malgrado e rivalutare la lungimiranza di quella classe politica di mariuoli che si finanziava a mazzette e che però seppe industrializzare ed infrastrutturare il nostro meridione. Il Continua a leggere

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greco-romana e Cristiana, come la fantasia può aggredire una civiltà superiore

Viene dai “college” americani l’imperio fantastico che va sotto il nome di “politicamente corretto”. Una vera e propria architettura artificiale di subcultura eretta perché la millenaria civiltà superiore, quella greco-romana, alla quale il mondo occidentale deve i suoi traguardi, potesse espiare le sue presunte colpe non a fine di redenzione, ma per poterla più velocemente destrutturare e soppiantarla con un modello sperimentale di ingegneria sociale immaginato dai pensatoi liberal-progressisti come strumento contemporaneo di nuova uglianza delle minoranze. Una società a compartimenti, nella quale le diversità rinunciano a rincorrere l’universalismo assumendo per emulazione il modello di civiltà più raffinato, ma convivono ripiegate nel bozzolo primigenio che non solamente si perpetua, ma avanza pretese di risarcimenti per condanne che mirano a rimuovere i segni più avanzati degli approdi occidentali. Un’aggressione, quella del “politicamente corretto”, che non si fa scrupolo di criminalizzare il dissenso e la libertà di espressione con la ghettizzazione ed il ripudio sociale; la censura e la mistificazione persecutoria delle realtà obiettive. Metodi che richiamano alla mente l’odio marxista per la borghesia. Una grave formula di Continua a leggere

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covid-19, no vax e globalisti se la vedranno brutta nei prossimi anni

Ad eccezione del vaiolo, non abbiamo mai sconfitto un virus ed il sars-cov-2 è un vero portento, un parassita poderoso dal genoma tre volte maggiore dell’HIV, con le parole schiette e semplici proprie della scienza, Maria Rosaria Capobianchi, la scienziata da venti anni alla guida dei laboratori dello Spallanzani, rende onore alla virologia e fa giustizia di tutte le ideologie mondialiste che negli ultimi decenni hanno minato le fondamenta delle civiltà democratiche. Procidana, di umili origini, la sessantasettenne Capobianchi, dalle cui parole anche i ragazzetti di “Fridays For Future” potrebbero trarre utili insegnamenti piuttosto che trastullarsi nelle illusioni destinate a cadere miseramente con la maturità, ci chiarisce che le robustezampette con le quali il covid-19 afferra e s’impadronisce delle nostre cellule polmonari sono pericolosissime e difficili da mozzare. Entra come un ladro che ha il doppione delle chiavi di casa e ne esce solamente quando ha completato la sua razzia svuotando la cellula di ogni “avere”, al solo fine di moltiplicarsi e passare alla successiva. Ci costringerà a vaccinarci ogni anno, analogamente a quanto accade per l’influenza infatti, sarà necessario tarare il vaccino perché risulti efficace a prevenire le sue modificazioni. Ma le parole asciutte della dottoressa Capobianchi poi, fanno giustizia di ogni teoria cospirativa e smontano pezzo dopo pezzo l’architettura della società aperta senza confini che darebbe uno slancio come mai nella storia, al progresso ed alla pace. Il virus ha camminato con i viaggi, afferma. Non ha attaccato gli italiani perché anziani o perché amano particolarmente la vita di relazioni. E’ giunto nella penisola sulle gambe di soggetti  estranei al contesto. Una minaccia portata dall’esterno che Continua a leggere

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