la scuola inclusiva del declino nazionale

Se ancora una volta l’Italia ha dovuto far ricorso ad un banchiere ultrasettantenne, Draghi, per porre in essere il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), come già in passato lo fu con Ciampi e prima ancora per Guido Carli al Tesoro, ritrovando in Banca d’Italia quella scuola d’eccellenza delle competenze per supplire la mancata formazione di una classe dirigente, qualche interrogativo sarà pur bene porselo circa la catastrofe del nostro sistema educativo pubblico e del suo modello di scuola inclusiva agitato a sproposito quale unica e sola pedagogia possibile per il progresso democratico.

La ricostruzione dell’Italia seguita al secondo dopoguerra è un esempio emblematico. Fu opera di una programmazione lungimirante portata a termine da tecnici e laureati di spicco, fra i tanti, ma non ultimo, Enrico Mattei. Ebbene, quella generazione fu partorita dalla scuola classista, nozionistica e selettiva che negli ultimi trentanni si è pensato di superare in nome di un malinteso ideologico secondo il quale il profitto scolastico non è il giusto metro democratico per formare la classe dirigente di un paese moderno attento ai diritti. Non stupisce infatti se il prodotto di una simile subcultura, sia stata la confusione diffusa nella società, tra diritti e desideri elevati a diritti delle aspirazioni e dei sogni.

Complice le famiglie, la scuola inclusiva rigetta il concetto stesso di apprendimento quale strumento utile alla maturazione della personalità, tra le finalità ultime della frequenza scolastica piuttosto disegnata quale tempo di intrattenimento e parcheggio in attesa di conseguire il pezzo di carta svuotato dei contenuti di impegno, sacrificio e crescita che formalmente certifica. La svalutazione quindi della scuola ed il conseguente declino della società italiana nel suo complesso, hanno origine nel fallimento della ideologia inclusiva che ha privato l’istituzione scolastica degli strumenti necessari per selezionare i capaci ed i meritevoli bloccati al piano terra dell’ascensore sociale che portava ai piani alti i figli delle classi subalterne per intelligenza e profitto conseguito.
Col paradosso che i risultati raggiunti dalle pedagogie moderniste dell’inclusione, sono stati quelli di ritrovarci i figli della borghesia diplomati e laureati nelle scuole di eccellenza ed un Parlamento d’incapaci ignoranti eletti dal popolo, impreparato alla complessità dei tempi.

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