Chi ci portiamo in casa?

profughi sudan diretti al confino con la LibiaDi misericordia si può morire. Deve averne avuta tanta Meriam per sposare un musulmano. Lei di fede cattolica, preferisce le frustate e la corda del boia, piuttosto che abbracciare l’islam. Misericordia e coraggio da vendere, questa donna sudanese si rifiuta di offrire la Sua terra fertile alla semina della barbarie. Meglio la morte che la schiavitù. Ad avercele di simili madonne in Italia. Impegnati come siamo ad accogliere indiscriminatamente da ogni angolo della terra manco dovessimo espiare tutte le colpe dell’umanità, ostinatamente lottiamo perché le nostre figlie e le nostre nipoti non perdano l’occasione di guadagnarsi il Paradiso toccato a Meriam. Meriam, colpevole perché cristiana, condannata alla frusta e po la patibolo Ingenui e frustati come e più di tutte le altre società avanzate che da secoli hanno superato le leggi del mondo animale, c’illudiamo di riuscire a domare e contenere culture antropologicamente radicate che nutrono per l’occidente solo profondo disprezzo. Ci portiamo in prima fila in Europa e nonostante la crisi e la disoccupazione dilagante, paghiamo di tasca nostra vitto, alloggio, trasporti e cure rinviando pensionati e precari alla prossima finanziaria per restituirgli la miseria di ottanta euro. Offrire loro agi e sicurezza pensiamo possa bastare perché compiano quel salto secolare che a noi è costato sangue e fatica, “ma loro non cambiano” sembra quasi metterci in guardia Meriam, finché siamo ancora in tempo. Identificare con nome e cognome queste persone non basta, nei doveri di uno Stato che offre ospitalità dovrebbero rientrare anche approfonditi e seri profili d’indagine psicologica. Delle intenzioni reali e dei convincimenti profondi di queste milioni di persone in sostanza non sappiamo nulla, ci affidiamo con superficialità a quanto riferiscono di loro i mediatori culturali che sono in macroscopico conflitto d’interessi. Australia, Stati Uniti, Canada, Svizzera, fissano un numero e poi chiudono le porte. Diversamente non si potrebbe parlare d’integrazione, ma sarebbe corretto definirla colonizzazione. Suicidio culturale di massa per meglio dire. A quanti milioni d’ingressi vogliamo fermarci? E soprattutto, chi dobbiamo portarci in casa? Non perdiamo però del tutto la speranza che si possa ritrovare la ragione. Ci viene infatti da Milano, capitale del progressismo italico grasso e un pò beota, la notizia che Pisapia si dice finalmente sazio, a Milano non ha più spazio per far posto a nuovi immigrati.

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