Il suicidio è un peccato capitale che condanna all’inferno

Viviamo un tempo in cui il relativismo morale ha trovato conforto nella fede che si è fatta filosofia interpretativa della PAROLA, nell’ansia di stare al passo con gli eventi. Così come le condanne per reati gravi sono derubricate a pene alternative al carcere, anche per i peccati capitali la condanna non è più l’inferno ch’è stato quasi del tutto rimosso anche dalle omelie domenicali, ma il perdono sempre e comunque adottato non per rinfrancare gli animi dei peccatori ravveduti quanto piuttosto per solleticare il riavvicinamento e la riconquista dei fedeli andati dispersi. Non c’è più un prete capace di ricordare ai cattolici i dieci Comandamenti e l’obbligo di osservarli per conquistarsi il Paradiso. Per quanti voti e penitenze si possano offrire al buon Dio, non si trova più un prete che sappia insegnare il Catechismo secondo i precetti di Santa Romana Chiesa senza mediazioni intellettuali e culturali. Non abbiamo più ceri da accendere alla Madonna perché c’aiuti a trovare un prete che abbia il coraggio di gridare forte e chiaro la PAROLA del Signore dall’altare: chi si ammazza sarà maledetto per sempre e finirà all’inferno. Questa è la PAROLA di DIO nella Bibbia come nel Vangelo. Non sono citati né incentivi di sconti per tasse da pagare, né misericordiose indulgenze pel male di vivere. La vita è un dono unico, la rinuncia Sacrilega può impietosire gli uomini in malafede ma NON il Signore, ch’è stato chiaro nei Suoi insegnamenti: saper reggere ai dolori e sopportare le sofferenze è il viatico certo per il Paradiso.

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