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Sorprende che né il Pentagono, né la Cia abbiano avuta l’accortezza di informare the Donald che l’Italia è un alleato nominale, povero in canna e che nulla si possa pretendere di diverso che una collaborazione commerciale da un simile modello di democrazia. Il sospetto che nella pianificazione dell’attacco all’Iran abbiano taciuto per farlo cadere preda del suo carattere puerile e collerico viene spontaneo:

l’Italia è una democrazia disarmata

Il punto nodale sottaciuto della diatriba tra Trump e la Meloni, è che nel 1946 furono gli stessi americani a disegnare il futuro dell’Italia sconfitta. Le condizioni inderogabili che posero alla pace, non riguardavano soltanto i confini, le riparazioni e l’uso delle basi militari nel Mediterraneo, ma qualcosa di più profondo e persistente che avrebbe dovuto ispirare l’anima politica della nuova nazione uscita dalla guerra. Il messaggio, nella sua franchezza, fu di una chiarezza cristallina: monarchia o repubblica, fate voi, non ci interessa. Quel che non vogliamo più è un’Italia nazionalista, fascista, capace di proiettarsi con ambizioni egemoniche anche soltanto da potenza regionale. Insomma, imposero un’Italia disarmata, istituzionalmente votata alla pace sempre e comunque. Lo si può leggere negli amari interrogativi del Presidente Meloni:

E fu da quella precisa volontà d’indirizzo americana, che nacque l’articolo 11 della Costituzione repubblicana: “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Parole che gli americani vollero vedere messe per iscritto, nero su bianco, nella legge fondamentale di un paese che avevano appena sconfitto, piegato e rifondato. Parole che poi lasciarono che se ne appropriasse la retorica resistenziale perché come ogni Impero che sia tale, lascia credere ai sudditi di essere liberi di decidere.

Guai ai vinti

Dario Fabbri, il più lucido tra gli analisti geopolitici italiani di questa stagione, lo ripete ogni volta che qualcuno lo invita a spiegare: siamo quello che siamo perché così ci vollero gli Stati Uniti. Non è un’accusa. È geopolitica. È la descrizione fredda, scevra di ogni retorica, di come funziona il mondo quando si perde una guerra ed il vincitore deve decidere che cosa fare del vinto. Tutto questo Donald non lo sa. Le sue reazioni inducono a pensare che il ragazzo lo ignorasse. Che fosse stato colto impreparato. Vogliamo sperare che dopo un simile disastro diplomatico, qualcuno a Washington si prenda la briga di spiegarglielo: all’Italia si possono chiedere le azioni di buon cuore; le produzioni di lusso e le Ferrari. Il buon cibo. Quello che non gli si deve chiedere è che mantenga fede ad un’alleanza; che corra in soccorso in armi. Tanto perché siamo stati propriamente noi americani ad esaurire l’orgoglio e la fierezza degli eredi degli antichi romani, seducendoli con la Coca Cola; il rock; Holliwood ed i blue jeans.

l’alleato nominale

L’Italia è, da ottant’anni, un alleato nominale degli Stati Uniti. E’ un alleato in forma giuridica: NATO, concessione di basi militari, ma non nella sostanza, perché la sostanza fu svuotata a monte, per progetto, per scelta deliberata di chi nel 1945 dava le carte. Un paese al quale è stato smantellato l’apparato militare offensivo; al quale è stato interdetto qualsiasi ruolo di potenza anche solo regionale; al quale è stato imposto costituzionalmente il ripudio della guerra come strumento politico, non può essere chiamato a combattere a fianco di chi lo ha disarmato e gli ha dato in concessione per linea politica le sola libertà economiche. Non perché sia vigliacco. Ma perché è stato disarmato riforma dopo riforma, articolo dopo articolo, nell’anima profonda della sua cultura. E’ stato insegnato ai suoi giovani che Machiavelli è quasi un criminale di guerra

Quando il governo italiano ha negato l’uso delle basi e delle piste di atterraggio alle forze americane nel conflitto con l’Iran, non stava tradendo un alleato. Stava rispettando, alla lettera, le regole del gioco che quell’alleato aveva scritto.

il self made man non ragiona di storia

Il punto più sconcertante di tutta questa incresciosa vicenda non è Trump. Trump è quello che è: un uomo di potere che ragiona per transazioni, per lealtà immediate, per debiti e crediti contabilizzati giorno per giorno. Non è attrezzato per ragionare di storia.

Lo sconcerto più grave è che nessuno intorno a lui lo abbia istruito. Nessun funzionario del Dipartimento di Stato. Nessun analista della CIA. Nessun generale del Pentagono. Nessuno che si sia seduto accanto e gli abbia detto: “Signor Presidente, l’Italia è nella NATO ma non è un alleato militare nel senso in cui lo è il Regno Unito o la Francia. L’abbiamo voluta così noi. L’abbiamo disarmata noi. Le abbiamo scritto noi quella frase nella Costituzione. Non possiamo chiederle oggi ciò che le abbiamo proibito di diventare ieri.”

I toni di Trump sono sempre sbagliati, è noto, ma perché l’apparato di intelligence e di politica della prima potenza mondiale abbia mancato di fornire al suo presidente un aggiornamento elementare sulla natura dell’alleanza con uno dei suoi alleati storici? È ignoranza? È superficialità? È l’effetto collaterale di una nazione così abituata all’egemonia da non sentire più il bisogno di capire chi governa? Sono qeusti gli interrogativi che restano sospesi.

Il contagio culturale del disarmo

C’è poi un capitolo che si tende a ignorare, forse perché è il più scomodo. Le imposizioni americane del dopoguerra non si sono fermate alle norme costituzionali, ai trattati, ai confini delle basi. Nel tempo, e attraverso i meccanismi profondi con cui una cultura egemone plasma quelle subordinate, il disarmo è diventato identità. Gli italiani non si percepiscono solo come un paese che non può fare la guerra. Si percepiscono come un popolo che non vuole farla, che la rifiuta nel profondo, che si farebbe persino conquistare piuttosto che imbracciare le armi.

Il pacifismo italiano non è soltanto una posizione politica. È una condizione antropologica, sedimentata in ottant’anni di dopoguerra, di educazione civica centrata sul trauma bellico, di una cultura pubblica che ha fatto del ripudio della guerra non solo un articolo della Costituzione ma un valore fondante dell’identità nazionale. Gli americani lo vollero. Lo ottennero ed oggi all’America di Trump, non è andato giù.

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Di Magister

Magister, è la firma che anima una piccola comunità di pensiero. Siamo una redazione diffusa di formazione umanistica, cresciuta all'ombra della Napoli classica e civile. Ci proponiamo come un laboratorio critico indipendente: il nostro obiettivo è smontare, con il rigore del metodo e della parola, le retoriche del dibattito pubblico contemporaneo, le derive della neolingua digitale e i meccanismi della società del rendimento

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