la UE è un OGM artificiale sfuggito al laboratorio dei popoli

Oggi, 9 maggio 2021 cade il LXXI genetliaco dell’Europa. Sono ben quattro quindi, le generazioni indottrinate dal mito dell’unità europea. Unità evocata nell’immaginario dei giovani che si sono succeduti sui banchi di scuola, ma che non si è ancora tradotta in termini reali, concreti, di popoli che abbracciano un comune destino. Gli Stati continuano a sottrarsi a quelle che spesso le genti che li popolano, avvertono come obblighi e precetti incomprensibili quando non violenti; lontani dal sentire di costumi e tradizioni locali sedimentate in molte circostanze, da una ritualità della consuetudine divenuta parte imprescindibile di una civiltà che ha saputo trovare anche nel sangue delle lotte e delle battaglie, la dritta via per la propria emancipazione e crescita. Nulla, ci è stato regalato. Alcuna delle conquiste ci sono state rese a gratis come viceversa la UE impone di donare a chicchessia. La storia ha i suoi tempi ed i suoi percorsi che i popoli affrontano con fatica e maturità al fine di civilizzarsi. Ogni altra architettura fantastica che si sovrappone ai processi naturali di sviluppo e mutazione, è destinata miseramente a franare perché non sorretta da fondamenta radicate nelle viscere, ma costruita su proiezioni sublimi che non reggono l’usura della pratica quotidiana. Sembra per fortuna, che qualcuno comincia a prendere atto che così come concepita, tre metri sopra il cielo di Berlino, questa UE sia Continua a leggere

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il Sindaco del rione solidarietà, miseria e mancanza di nobiltà

Nel mentre che si avvia ad esaurimento un’esperienza fallimentare lunga due lustri di miseria priva finanche di quel poco di nobiltà che prometteva servizi pubblici efficienti ed amministrazione trasparente, ecco che si preannuncia l’agognato cambio di passo nella gestione della città e dei servizi. In buona sostanza trasporti pubblici efficienti; puntuale raccolta dei rifiuti; decoro urbano e manutenzione stradale; scuole e riqualificazione edilizia. Basterebbe poco per rendere felice in fondo l’uomo qualunque, privo di tessere associative e fuori dai gruppi di interessi ben organizzati, ma quel poco l’amministrato comune non ha mai avuta la fortuna di vederlo realizzato e funzionare come si conviene ad una città, campione di solidarietà senza pari nel mondo. A parole. Perché quanto a fatti, le classifiche la vedono precipitare al novantaduesimo posto per qualità della vita rilevata su di un totale di centosette grandi città. Citiamo i dati resi dalla stessa fonte di novità che si ripromette di cambiare passo puntando sullo sviluppo solidale, la transizione ecologica, la vivibilità (sic!) insomma, quel campionario di buone intenzioni che negli ultimi venti anni è rimasto sospeso nel mondo delle idee in attesa perpetua delle famigerate elemosine Statali ed europee che quand’anche si rendessero disponibili, andrebbero sperperate in mille rivoli di improvvisati progetti vuoti di contenuti concreti, ma pieni di volontariato assistenziale al termine dei quali, nulla resterebbe a sostegno della cultura d’impresa che la città senza più voci, rassegnata nemmeno reclama. Purtroppo. Coloro che hanno voce in capitolo e sale in zucca infatti, ci hanno salutati e sono partiti per altri lidi in cerca di fortuna tutt’altro che rassegnati a sentire parlare perché tutto cambi, purché nulla cambi. Un totale sconforto. Al momento, quelle che si leggono, sono le stesse ricette che hanno immiserito la città, piegata dal morbo, che attende una difficile quanto improbabile ripresa affidata alla ricchezza in prestito da spartire presa dallo Stato e dalla Ue in una asfittica prospettiva di spesa solidaristica che nulla ha prodotto in passato e poco ha saputo offrire ai suoi tanti giovani che messa da parte ogni legittima aspirazione, si vedono costretti a servire ai tavoli od a sfrecciare da un capo all’altro della città pur di raggranellare una mancia pel futuro in riva al golfo. Non c’è ancora una sola forza sociale ed interclassista, capace di presentare un programma di sviluppo alternativo che ponga le basi per una economia strutturata e solida di produzioni tecnologiche, avanzate, in grado di valorizzare internazionalmente anche la tradizione artigiana. Una forza che disegni lo sviluppo reale, concreto, che non si rassegni a svendere le intelligenze dei suoi giovani alla questua di elemosine tra i tavoli di un turismo straccione ed occasionale. Eccoli, sono gli stessi. Sempre gli stessi. Li abbiamo già messi alla prova ed hanno miseramente fallito. Non lasciatevi ingannare dal buon cuore. Rimbocchiamoci le maniche e proviamo per una volta nella storia a faticare. A non pietire. A soffrire per non mentire a noi stessi Continua a leggere

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vaccini, Draghi imbraccia il bazooka, la Ue lo disarma

Astrazeneca come l’euro, le minestre rancide che la UE riserva agli italiani. Mangiate questa minestra, oppure buttatevi dalla finestra. Ristretto nella fortezza di Bruxelles, il Governo italiano non è nemmeno padrone di comprare le medicine per curarci. Fonti riservate rivelano che anche Draghi, europeista per antonomasia, ne abbia abbastanza di essere condizionato dalle interferenze di una nomenclatura di funzionari delegati che opera senza controlli ed ignara del benché minimo criterio di efficacia assume, anche in campo sanitario, come unico metro dispositivo, il rigore economico. A voler trascurare infatti la leggerezza di aver sottoscritto contratti non vincolanti con le case farmaceutiche per la fornitura di vaccini in ragione utile a soddisfare la domanda, resta gravissimo il criterio ispiratore di fondo con il quale si sono firmati contratti per le maggiori forniture con l’oramai famigerata astrazeneca, vaccino per il quale la stessa Ema certifica effetti collaterali rari, ma che possono rivelarsi letali. Quindi, abbiamo una Commissione europea, cioè il governo della Unione Europea, che ha scelto di acquistare copiose quantità di vaccino da destinare alle più numerose fasce di popolazione, di qualità come minimo inferiore quando non del tutto insicuro, al sol fine di risparmiare. Astrazeneca è stato pagato 1,78 euro a dose a fronte dei 12 euro del più tecnologico ed avanzato Phizer e dei 15 euro del più nobile Moderna. Scelte sconsiderate dunque, alla luce dei dati acclarati dall’EMA, l’agenzia indipendente europea del farmaco. I bellimbusti di Bruxelles, pur di non smentirsi, paralizzano l’attività dei Governi mettendo a rischio la salute di alcune decine di cittadini europei che hanno la sola colpa di non entrare nei criteri stabiliti e poi modificati e di nuovo ricalibrati, di accesso ai vaccini che registrano effetti collaterali sicuramente non letali. Non abbiamo notizie infatti, di soggetti deceduti a seguito della coincidenza temporale di inoculazione dei vaccini Phizer e Moderna. Uno spazio di civiltà, quello europeo, che a parole si vuole dei diritti e delle garanzie quando non costano nulla, ma nella pratica quegli stessi diritti e quelle stesse garanzie, sono superate e rimosse dall’esercizio di un potere arbitrario alla stregua delle democrature, se non peggio, che la UE pretende di censurare. Non si comprendono, o meglio, abbiamo capito le ragioni che hanno mosso la Serbia per sua fortuna non ancora entrata nello Spielberg di Bruxelles. A Belgrado, come testimonia il servizio andato in onda su LA7, nel programma Piazza Pulita di Formigli, i cittadini serbi ed i cittadini stranieri si prenotano e ricevono a piacimento uno dei vaccini offerti dal mercato. A contrario, nello spazio UE, che del mercato e della competitività ha fatto una religione fondativa, siamo ob torto collo, obbligati all’astrazeneca. A noi basterebbe avere la garanzia di restare vivi dopo essere stati vaccinati; ai complottisti, vasto materiale di studio: Continua a leggere

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l’addio della Merkel e la degermanizzazione possibile della UE

L’uscita di scena della Merkel ed il crollo della democrazia cristiana tedesca alle elezioni regionali nei “lander”, potrebbe segnare un punto di svolta per l’emancipazione del partito popolare europeo e la progressiva, attesa, quanto necessaria degermanizzazione della Unione Europea fin qui soffocata dagli interessi tedeschi che operano dietro la bandiera coronata di stelle dorate. Una egomonia che ha ingessato l’Unione, piegate le sue Istituzioni esecutive e deliberative al fine di garantire il primato tedesco e la buona riuscita del piano di ristrutturazione competitiva del marco che passa sotto il nome di euro, primo attore delle politiche mercatiste che hanno caratterizzato gli opulenti sedici anni di dominio incontrastato della kanzelerin. Deuschland uber alles dunque, ben ammantata dal simulacro Europa che ad ogni tentativo di soluzione concertata, si vede redarguita quando non del tutto smentita. Da ultimo, la frenata imposta al piano di ripresa ed investimenti comuni rinviato a giudizio dalla Corte Suprema di Karlsruhe che a differenza della Consulta italiana, si pronuncia quale fonte di diritto sovraordinata per la Germania, in ambito europeo. Per cogliere un simile passaggio, si pensi a che cosa sarebbe significato se la Corte Costituzionanale della Repubblica italiana, avesse preteso di vagliare la costituzionalità del fiscal compact e degli addentellati del patto di stabilità che nella crisi del 2011 determinarono il commissariamento di fatto dell’Italia con la riforma Fornero delle pensioni; l’IMU sulla prima casa ed i tagli di bilancio alla sanità che tanto sangue ancora versano oggi, 2021, col l’aggressione del covid-19. L’uscita di scena della Merkel e di riflesso il ridimensionamento della CDU è una Continua a leggere

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sud, una sola certezza, RdC, segue dibattito in streaming



Sud, dal piano nazionale di ripresa e resilienza, una sola certezza: il reddito di cittadinanza, seguiranno due giorni di dibattiti in “streaming”. Carfagna, come un qualunque Conte , lancia gli Stati Generali in scala ridotta per discutere l’annosa questione meridionale a distanza di 160 anni esatti dall’Unità d’Italia. Assistenza quindi, che non sempre fa rima con sviluppo. Da Draghi in giù, Carfagna li convoca tutti e possiamo bene immaginare che cosa diranno di nuovo, che però si è già sentito cento, mille volte. Progetti, idee, priorità chiederà Mara ai convocati: il sud manca di una classe dirigente, dunque assumiamo per spendere i soldi dei fondi europei; al sud non c’è lavoro e la sofferenza affonda nella carne viva delle persone, abbiamo però le bellezze naturali, apriamo al turismo; al sud le donne stanno a casa, ma fanno i figli. Diamo loro il tempo pieno, così usciranno per andare a servire ai tavoli od a fare le cameriere nei “residence” vacanze. Il sud ha bisogno di poche cose, siamo sicuri che dal profluvio di parole che ascolteremo agli Stati Generali della Carfagna, quelle poche cose usciranno, ma voleranno al vento caldo che dal sud arriva e ti tiene sveglio. Anche se un pò lento, vedrai che arriverà, cantava il poeta, forse un giorno, aggiungiamo noi. Fuor di metafora, sgombriamo il campo. Il sud innanzitutto ha bisogno di infrastrutture che favoriscano gli scambi e l’economia, non di ulteriori pale eloliche e pannelli solari a rassicurare i turisti ed arricchire i produttori cinesi. Quindi trasporti. Il sud necessita di capillari reti ferroviarie secondarie ed una rete ad alta velocità che raggiunga Bari a levante e Reggio Calabria a ponente. Il sud ha bisogno di assi viari di interscambio coi suoi maggiori porti, scali naturali per le merci che partono ed arrivano dall’Asia e dal medio oriente. I porti meridionali sono strategici per l’Italia e l’Europa mediterranea. Più in generale il sud ha urgenza di riprogrammare il suo modello di sviluppo che non può continuare ad essere incentrato sul turismo. Bisogna arricchire l’economia meridionale, favorendo con ogni mezzo l’impiantistica produttiva senza la quale l’occupazione non decolla. Una economia povera, rudimentale, quale quella che vede il sud esclusivamente come area di soggiorni e benessere, è una economia fragile esposta a troppe variabili contingenti. Il covid ci ha insegnato che il futuro non si programma a tavola e nemmeno in albergo. Anzi, al primo refolo di vento avverso, bar e ristoranti chiudono, cuochi e camerieri finiscono gambe all’aria. Per farla breve, il sud ha bisogno di industrie. Che sia verde, che sia bio poco interessa, bisogna far in modo di investire in produzioni manufatturiere per dare alla parte giovane e preparata del paese opportunità di mettere a reddito saperi, fantasia ed abilità. Dobbiamo reindustrializzare il mezzogiorno che si è desertificato con l’avvento della globalizzazione. Dobbiamo far in modo che la finanza venga a prendere il sole del mezzogiorno e trovi le condizioni profittevoli per investire. Un tempo la DC era capace di piegare il corso dei capitali barattando vantaggi e buon mercato in cambio di impianti e posti di lavoro massivi. Quella politica aveva preso coscienza che con la cultura si può mangiare, ma con l’industria e le produzioni si ritorna a banchettare tutti i giorni. La Cina è in materia un esempio indiscutibile ed al nostro sud, in Continua a leggere

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vaccini, forse è nel prezzo il mistero degli effetti collaterali


Se assumiamo per vero che in una economia di mercato i prezzi sono la sintesi perfetta della qualità di un prodotto, allora per il prodotto vaccino, il mistero degli effetti collaterali di astrazeneca potrebbe avere una spiegazione: sono il corollario di una materia prima scadente. Precisiamo, non abbiamo conoscenze disciplinari tanto meno competenze farmaceutiche, la nostra è una semplice riflessione su dati di pubblico dominio. Una fiala di astrazenaca costa 1,78 euro; una fiala di Pfizer costa 12,00 euro. Il più caro di tutti i vaccini anticovid commercializzati, è il Moderna che di euro ne costa 14,68. Non è un caso se fin qui è del tutto residuale, quasi simbolico l’approvvigionamento di quest’ultimo vaccino. Tra i fortunati ai quali è stato inoculato, c’è il Presidente della Repubblica, Mattarella. Gran parte della popolazione italiana sarà dunque vaccinata con astrazeneca, un farmaco a basso costo che è stato donato ai paesi poveri del sudamerica dalla stessa Organizzazione mondiale della Sanità. Non è certamente un veleno, è un buon farmaco dall’accertata efficacia nella prevenzione dal covid-19. Qualcuno però dovrebbe pur dare spiegazioni sui motivi reali per i  quali è stato preferito al Pfizer ed al più nobile Moderna con milioni di ordinativi destinati alla gran massa delle popolazioni europee in particolare all’Italia. Quel qualcuno si chiama Commissione europea presieduta dalla tedesca Ursula Von der Leyern. La Germania, che pur utilizza l’astrazeneca, ha acquistati in proprio ben 30 milioni di Pfizer e sappiamo bene che i tedeschi spaccano il “marco”, è noto che non sono certamente degli spendaccioni. Ecco, noi crediamo nei vaccini ed insieme a noi credono alla bontà dei vaccini la quasi totalità degli italiani che vogliono sottoporsi alla profilassi per uscire dall’incubo del covid. Quello che non vogliono però, è ritrovarsi tra i malcapitati 0,002% a cui l’astrazeneca potrebbe essere stato letale. Risparmiare una manciata di miliardi dopo aver sommato 200 miliadi di debiti per ristori, non ci sembra una buona idea. Gli italiani meritano il meglio. Continua a leggere

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Amministrative, confronto tra sviluppo ed economie asfittiche

Napoli è una città povera, il nuovo Sindaco dovrà creare le condizioni per gli investimenti che generano sviluppo ed occasioni di lavoro. Se il Comune è indebitato, i fondi del “recovery plan”, però consentono l’impiego nel recupero ambietale. La bonifica della terra dei fuochi, ad esempio, l’avvio di un ciclo industriale dei rifiuti che superi gli ideologismi; il risanamento della pericolosa edilizia fatisciente, culla della criminalità. Sarebbero il giusto viatico per abbandonare l’assistenzialismo e mettere in moto le potenzialità che pur la città possiede. Se la politica è morta, il movimentismo non sta bene ed ha comunque fallito su tutti i fronti: politico, economico, sociale e soprattutto amministrativo. Roma, Torino, Napoli avanti a tutte, patiscono un declino inarrestabile. Il fallimento di un modello di sviluppo asfittico che la pandemia semmai fosse possibile, ha avuto il “merito” di rendere edotte tanto le classi lavoratrici, quanto i ceti produttivi ripiegati entrambi nella ridotta del turismo, settore sovraesposto alle turbolenze della globalizzazione. Una economia fragile, precaria, monosettoriale, suscettibile a troppe variabili  di sistema indipendenti dalla bravura e dai meriti degli operatori. Un modello amministrativo, quello civico-movimentista, che ha fissato ad obiettivi la desertificazione industriale in ragione di un ambientalismo “contemplativo” e la resistenza ad oltranza ad ogni attività economica infrastruttuale, le sole capaci di trascinare a cascata un indotto di sviluppo professionale e posti di lavoro reali che si è pensato di surrogare con l’assistenzialismo di conio neo clientelare, affidandosi alle mani della finanza intermediata nella particolare contingenza epidemica, dalle Istituzioni della Unione Europea. Ebbene, se mettiamo a fuoco le proposte per i prossimi rinnovi amministrativi, non possiamo che prendere atto di un elemento sconcertante: ad avere il polso sul da farsi; ad offrire una ricetta di sviluppo percorribile perché le grandi città ristrutturino le loro economie e ritrovino l’antico splendore, è la vecchia politica. La vecchia scuola travolta da tangentopoli, è quella che ci offre il quadro più chiaro e plausibile, la ricetta più convincente. E’ una delusione forte, anche per noi. Una presa d’atto, non una riconversione di quelle che vanno di moda negli ultimi tempi. Teniamo a sottolinearlo soprattutto per quanti sono assidui visitatori di queste pagine in rete da molti anni. Lettori che hanno imparato a conoscere le nostre idee sulla politica e sull’etica che deve necessariamente ispirarla, epperò se le nuove proposte devono essere l’alternativa tra l’usato insicuro dei Bassolino ed il nuovo improbabile dei Fico che dovrebbe misurarsi nella pratica concreta dei trasporti, dei rifiuti, del patrimonio da mettere a reddito, delle Partecipazioni da ristrutturare, dei servizi al cittadino, dopo venti anni di sinistra e dieci di Centri Sociali al potere nella metropoli del mezzogiorno, carissimi, meglio, molto meglio l’amministrazione dei partiti della prima Repubblica. Le masse popolari sono cadute in disgrazia. E’ questa la fotografia del reale. Che cosa se ne fa Napoli dell’amore, della melodia, del bel canto? Che cosa se ne fanno i napoletani dei diritti agitati ad ogni pie’ sospinto alla stregua di una cortina fumogena? Che cosa se ne fa Napoli dell’accoglienza se anch’essa è preda della disperazione nera? A che cosa servono le belle parole di giustizia ed equità sociale se poi i tributi sono al massimo delle aliquote ed in media si deve sborsare il doppio rispetto a Milano per spedire i rifiuti all’estero piuttosto che valorizzarli in loco? Napoli ed il meridione si sono spopolate. Hanno perso i migliori talenti perché negli ultimi venti anni gli orizzonti esistenziali sono spariti. I giovani sono indisponibili oggi a spendere l’intera loro vita lavorativa nel volontariato assistito. Preferiscono emigrare piuttosto che rassegnarsi a servire ai tavoli dei ristoranti o recapitare pizze e caffé da un capo all’altro della città, il più delle volte lavorando in nero. C’è bisogno di ritornare alla politica. C’è urgenza di Continua a leggere

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Draghi politico che non t’aspetti, normalizzatore di Lega e M5S

Le idee economiche di Mario Draghi sono note: capitalismo liberale; Europa; mercati globali. Quella che è meno nota all’opinione pubblica, è la sua dimensione politica. Draghi, è più politico di quanto si possa immaginare, scrive De Bortoli. Alcune delle sue idee economiche, riuscirà sicuramente a tradurle in pratica, altre, sarà costrette ad abbandonarle per le resistenze all’azione di Governo che inevitabilmente i partiti porranno in essere. Sarà nei rapporti con la maggioranza che si prefigura dalle dichiarazioni d’intenti, che potremo misurare l’indice politico del banchiere globale. Sarà capace di fare tutto quanto il necessario per l’abolizione di quota 100 in tema previdenziale e superare i problemi della Lega? Farà tutto il necessario per  ridimensionare il reddito di cittadinanza e superare i problemi posti dal M5S? Sarà in grado di fare tutto quanto il necessario per tagliare i sussidi alle aziende decotte che non hanno prospettive di mercato e superare i problemi del PD ed anche del M5S se pensiamo ad Alitalia, ad esempio? Idem ci si chiede per la riforma della istruzione ed in particolare della Università, Draghi immagina Atenei votati alla competizione concorrenziale ben lontana dai laurifici disegnati dal PD. Da questo primo giro di consultazioni quindi, parrebbe dalle indiscrezioni trapelate, essere venuto fuori il Draghi che non t’aspetti: normalizzatore di Lega e 5 Stelle. Nei colloqui a quattrocchi tra il banchiere ed il comico genovese, i grullini hanno dovuto fare i conti con la realtà oggettiva delle cose. Voteranno la fiducia al Governo della BCE, contro la quale hanno costruito nel corso degli anni le migliori fortune elettorali che un Parlemento avesse mai riservate ad un Movimento antagonista del sistema.  I grullini saranno costretti loro malgrado, dal Draghi politico, a mandare in pensione anticipata il primato della volontà popolare e la democrazia diretta sulle tecnocrazie degli apparati finanziari. Non di meno è accaduto alla Lega che da sovranista, è ritornata Lega nord e promette fiducia a Draghi pressantemente sollecitata  dal coacervo di interessi industriali ed imprenditoriali dei bauscia che puntano a riallacciare la rete di relazioni affaristiche europee. Si ricomporrà quindi con il Governo Draghi, il quadro politico-economico pre-populista con la Meloni unica patriota portatrice dei valori sovrani nazionali garantiti dalle tradizionali clientele di riferimento meridionalista ereditate dal MSI prima, poi AN. Il lavoro sotto traccia compiuto da Giorgetti, l’eminenza grigia del leghismo varesino sul capitano, già Continua a leggere

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l’Italia nel delirio palingenetico del recovery fund

Biden è il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America, ma il mondo dei Clinton e di Obama è comunque svanito e non ritornerà. La pandemia ha mandata fallita la globalizzazione e messa in crisi la democrazia. La pochezza dell’uomo nuovo, fabbricato con la malta del politicamente corretto“, protagonista immaginario della generazione futuro come l’aveva teorizzata Obama nel suo discorso d’insediamento, civilizzata e priva di passato, si è mostrata chiaramente agli occhi della contemporaneità che a ben riflettere è sempre avanguardia della storia, prodotto di un nuovo passato. Calate nella pratica del reale, le utopie realizzate finiscono per esaurire ogni spinta di progresso e ripiegare inevitabilmente sulle posizioni di disagio iniziale che pur si pensavano superate. Così come fu per il collettivismo, lo è stato per l’utopia della globalizzazione con la quale si è pensato di poter far viaggiare la democrazia di pari passo al mercato. Abbattute regole e confini, ci siamo ritrovati in un mercato selvaggio dove politica e democrazia hanno avuto sempre minori spazi, rimpiazzate dalla finanza. La globalizzazione è stato il fattore determinante ad esempio, del neoimperialismo cinese condotto sulla via della seta in nome del mercato piuttosto che della democrazia. Lo stesso multilateralismo così tanto evocato dai liberal-progressiti, è lo strumento con il quale la dittatura di Pechino si è fatta scudo per aprirsi la strada verso nuove aree di conquista. Lo sviluppo di questo mondo è stato interrotto dall’avvento sulla scena di Trump e non ritornerà con Biden, ribascisce Giulio Tremonti, economista, fine pensatore, osservatore e studioso attento alle dinamiche globali che incidono direttamente sulla vita degli italiani. La pandemia, sostiene il prof. Tremonti, ha sabotato i meccanismi dei processi globalizzati e nemmeno al vaccino riuscirà  di ripristinarli. Gli effetti devastanti in termini sociali, economici e soprattutto di approccio positivo all’espansione progressiva degli scambi, resteranno compromessi per sempre. La sfida che l’uomo nuovo, l’uomo obamiano, ha lanciato alle civiltà nel tentativo artificioso di riunirle sotto un unico ombrello politicamente corretto, è andata perduta. Gli stessi sistemi democratici sono stati messi in crisi dalle dinamiche dei mercati globalizzati che hanno di fatto disarmata la politica. Se prima i Parlamenti erano in grado di intervenire sulle cause endemiche delle crisi, oggi non possiedono strumenti d’intervento idonei e sufficientemente efficaci per rimuore gli ostacoli che si frappongono su scala planetaria. Non resta che una sola via per uscire dalla crisi, quella politica e non è certamente quella tecnica di stampare moneta ad libitum. L’eccesso di finanza combinato agli effetti disastrosi di una pandemia, può tirare giù l’intero sistema e dare corpo a rivoluzioni cruenti. E’ già accaduto nel corso della storia esattamente nei termini che si sono riproposti con la crisi del coronavirus. In un simile contesto, l’Italia investita da problemi che hanno origine fuori dai confini nazionali, sta assumendo sempre più i caratteri di un perverso laboratorio sperimentale alle prese con flussi migratori incessanti; finanza creativa; tecnologie incontrollabili e macchine ruba lavoro. Una sorta di Continua a leggere

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recovery fund, le riforme che ci spezzeranno le reni come la Grecia


La DG reform, la nuova Direzione Generale per le riforme istituita dalla Commissione Europea di Ursula Von der Leyen per aiutare gli Stati membri ad attuare le riforme auspicate dal programma di ripresa economica meglio noto come “recovery fund”, è stata mutuata dal modello della “task force” tecnica che nel corso della crisi finanziaria del 2013, pianificò e curò l’attuazione delle riforme lacrime e sangue di Grecia e Cipro. Ricordate? Feroci tagli alle pensioni, alle retribuzioni, al sistema sanitario; licenziamenti nel pubblico impiego; svendita del patrimonio Statale acquisito in gran parte dalla Cina (porti) e dalla Germania (aereoporti). Ecco, la conferma delle competenze che fanno capo alla “DG reform”, ci viene direttamente dal direttore Mario Nava, milanese, economista, una vita trascorsa nei “bureaux” brussellesi: senza riforme, non arriverà un solo euro! Gli aiuti saranno una tantum. Dispiace mandare deluse le tante aspettative di quanti hanno pensato che l’Europa avesse riformate le sue regole di bilancio, il recovery fund non entrerà negli strumenti di finanza ordinaria della Unione. Gli italiani sono dunque avvisati. Per la ripresa post covid, l’Europa ha già pronto il suo armamentario fiscale che la politica euroinomane sottace quando finge addirittura di non sapere. Quei prestiti che graveranno sul futuro delle prossime generazioni, a noi che li prenderemo, spezzeranno le reni come è stato per i greci e per i ciprioti che ancora ricordano le file ai bancomat vuoti, sbloccati dalla BCE solamente a distanza di settimane, con prelievi quietanzati. Riservati a coloro ai quali era rimasto qualcosa in deposito sul conto dopo i prelievi forzosi operati per ripianare i debiti. Esperienza che in particolare i ciprioti faticano, ancora a distanza di tempo, a digerire, al punto che si sono messi a vendere cittadinanze pel mondo pur di attrarre liquidità dopo lo svuotamento delle loro banche. L’Italia è stata aiutata non perché sia stata abile a trattare con l’Europa a suo vantaggio come lascia credere Conte, ci spiega un’altra europeista di ferro, Veronica De Romanis, ma perché la sua è una economia molto fragile che se fosse lasciata fallire, rischierebbe di compromettere anche le altre economie della Unione. Se però Bruxelles non vedrà implementate le riforme di fisco, lavoro, Pubblica Amministrazione, Giustizia e non vedrà raggiunti qualitativamente e quantitativamente gli obiettivi fissati dalle riforme stesse, l’intero piano di aiuti svanirà nel nulla di fatto. I soldi dell’Europa non sono regali, ma catene, ribatte il prof. Sapelli. Perché si faccia l’Europa, bisogna che siano gli Stati a rifiorire e per stare insieme bisogna che si diano una Costituzione. Non è possibile che l’integrazione europea sia regolata da Trattati che affidano il potere decisionale ad entità sovranazionali e non rispondono al popolo mentre dall’altro versante del nostro occidente, negli USA, spadroneggia la finanza apolide. Accertato dunque che non sarà possibile proseguire a colpi di scostamenti di bilancio, per non incorrere in una nuova crisi del debito che è aumentato di ulteriori 150 miliardi, sarà bene trovare per la ripresa soluzioni alternative. Dal “recovery fund”, prendere i miliardi a fondo perduto e finanziare la crescita con risorse nazionali, non a debito. Una vecchia volpe democristiana, di scuola andreottiana come Continua a leggere

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