necessità ed urgenza, c’erano tutti i requisiti per rispondere al Colle con un D.L.
Mai come stavolta, ci sarebbero stati i requisiti oggettivi per un Decreto Legge immediatamente efficace. Necessità di porre fine ad una pratica giudiziaria che stride con il comune sentire popolare e requisito di urgenza, avvertita dalle coscienze civili, a ristabilire un principio sacrosanto del diritto naturale: chiunque invada e turbi la serenità di un cittadino e della sua famiglia con l’intento di commettere un crimine, non ha diritto ad alcun risarcimento danni in caso di fallimento, se l’azione delittuosa è impedita dalla reazione della vittima predestinata
Il Governo, però ha deciso di avviare l’iniziativa seguendo l’iter parlamente delle Leggi ordinarie con un DDL che chissà se riuscirà ad essere approvato in un anno, prima dello scioglimento delle Camere per fine legislatura. Speriamo che non si risolva nell’ennesimo lancio di propaganda e che si possa dire un giorno: però Meloni fece anche cose buone e giuste!
Troppe, le pronunce sia in tema di sicurezza, sia in tema di crimini violenti, che negli ultimi anni hanno seminato sconcerto nella opinione pubblica per una rielaborazione interpretativa molto sofisticata dei codici che si è progressivamente allontanata da una delle fonti del diritto stesso: gli usi, i costumi e le consuetudini cioé, quelle norme spesso scritte nell’animo dei popoli che concorrono a definire il perimetro culturale di una civiltà tramandato per emulazione.
l’insostenibile leggerezza del diritto
Usi e costumi che hanno pari dignità delle norme scritte approvate dai Parlamenti che periodicamente si rinnovano al cangiare delle tendenze politiche, ma che restano, al contrario di queste ultime, fisse nella memoria colletiva a riconoscere senza ombra di smentita le attenuanti della vittima alla quale va la solidarietà unanime, dal carnefice specularmente riprovato e condannato come detta il buon senso comune.
il malinteso democratico
A lungo trascurati dai processi selettivi di merito, gli apparati nevralgici dello Stato mostrano senza ritegno, alla luce del sole i guasti tipici di una colonizzazione, impegnata nell’opera di controbilanciare i sentimenti elementari dei cittadini. Nel corso degli anni hanno edificato un’architettura giurisprudenziale fantastica importando nelle aule di giustizia italiane sensibilità mutuate dal “progressive liberalism” americano sempre più incapace di misurarsi con la realtà concreta della vita sociale.
Quelle che sono diventate vere e proprie corporazioni, politicamente orientate, come le glosse dei postillatori medievali che finirono per soppiantare il testo della legge romana che pure dichiaravano di commentare, si sono progressivamente sostituite al dettato normativo, trasformando l'interprete da servo della legge in suo legislatore occulto.
Il paradosso della Costituzione più bella del mondo, quella italiana, che a forza di essere interpretata al monocolo del progressismo, si ritrova sormontata da un'architettura artificiosamente estensiva che nella forma spacciano per Stato di diritto, ma che nella sostanza si è deformato in un insieme giurisprundeziale affastellato tanto da far perdere alla Carta ogni aderenza alla realtà fattuale del corpo sociale che dovrebbe regolare. Per una sorta di malinteso democratico, ci ritroviamo cittadini innocenti e poliziotti sul banco degli imputati con di fronte, deliquenti matricolati liberi che li accusano ed accampano pretese nei Tribunali spesso di gran lunga più ricche del bottino che non sono riusciti ad estorcere con la violenza.
Quali delle forza politiche riusciranno a trovare la spinta propulsiva necessaria ad innescare un processo di riforma profondo che demolisca le norme di proiezione del fantastico che si sono sedimentate negli ultimi cinquant'anni nella giurisprudenza italiana?
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