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Solo i forti fanno la pace. Gli altri la subiscono

Il 28 maggio scorso, i negoziatori americani e iraniani hanno raggiunto un accordo quadro preliminare per prorogare di sessanta giorni il cessate il fuoco nella guerra che da febbraio 2026 ha sconvolto il Medio Oriente. I contorni dell’intesa, per come emergono dalle fonti americane: riapertura dello Stretto di Hormuz senza pedaggi, avvio di negoziati sul nucleare, cessazione delle ostilità su tutti i fronti regionali. Mancava solo la firma di Trump, che aveva chiesto “un paio di giorni per rifletterci”.

Dal fronte iraniano, la risposta era già diversa. Il presidente del Parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf, aveva scritto su X: “Non otteniamo concessioni con il dialogo, ma con i missili. Nei negoziati ci limitiamo a far capire”. La Guida Suprema Khamenei, nella stessa giornata, accusava Washington di voler “mettere la nazione in ginocchio”.

Il portavoce parlamentare Rezaei ad Al Jazeera: “La parte più importante dell’accordo, alla quale Trump non ha fatto alcun riferimento, è il pagamento immediato di dodici miliardi di dollari dai beni congelati dell’Iran”.

Questa è la grammatica del negoziato umiliante. Non la resa di chi ha perso, ma la trattativa di chi non riconosce di aver perso. L’Iran è militarmente logorato, economicamente strangolato, regionalmente isolato. Ma il regime non dice “abbiamo perso”: dice “negoziamo”. E la differenza, in politica, non è semantica — è sostanziale.

Trump ha condotto l’Iran alla resa, ma la resa senza capitolazione produce un nemico che riarma mentre negozia. Il regime degli ayatollah ha dimostrato di saper resistere quarant’anni di sanzioni, una guerra devastante, l’uccisione dei suoi generali. Un cessate il fuoco di sessanta giorni non cambia la struttura del problema: cambia solo il calendario. E Khamenei — o chi verrà dopo di lui — lo sa benissimo.

La lezione ucraina: la Russia non è invincibile, ma non si arrende

Sul secondo fronte aperto, quello tra Russia ed Ucraina si consuma un paradosso speculare. Dopo quattro anni di guerra, centinaia di migliaia di morti, un’economia russa che mostra segni di affaticamento strutturale, il conflitto ucraino si trascina verso una negoziazione il cui esito resta radicalmente incerto.

La Russia non è invincibile. La tesi del generale Cavo Dragone, presidente del Comitato Militare della NATO. L’Ucraina ha dimostrato che l’innovazione — droni, guerra elettronica, sistemi antidrone forniti persino da Kyiv ai paesi del Golfo — può compensare lo squilibrio nelle risorse convenzionali. È la lezione che l’Europa dovrebbe saper leggere prima che sia tardi: la deterrenza non è una questione di masse di soldati ma di capacità tecnologica, reattività industriale, volontà politica.

Mosca continua ad avanzare sul campo “lungo tutto il fronte”, ha dichiarato Putin il 4 giugno e continua a chiedere l’impossibile: il ritiro totale dell’Ucraina e il riconoscimento delle annessioni, comprese quelle dei territori che la Russia non controlla ancora militarmente.

Nel mentre l’Europa continua a negoziare la sua sicurezza per procura. Germania, Francia e Regno Unito, scrive Bloomberg, stanno elaborando con Kiev piani per “consentire di avviare colloqui con la Russia”. Piani. Non forze. Non deterrente reale. Piani. Mentre Putin, in attesa che qualcuno si decida a fare qualcosa, avanza.

la pace non arriva perché la si vuole

La pace non arriva perché la si desidera, arriva quando i rapporti di forza la rendono conveniente per entrambe le parti. E qui sta il problema strutturale di entrambe le crisi in corso.

In Iran, il regime non vuole la pace: vuole la sopravvivenza. Un accordo che smantelli il programma nucleare e normalizzi le relazioni con Washington sarebbe la fine del sistema degli ayatollah, che fonda la sua legittimità interna sull’ostilità permanente all’Occidente. Accettare la pace significherebbe accettare la normalità e la normalità, per un regime teocratico rivoluzionario, sarebbe la morte politica.

In Russia, Putin non vuole la pace: vuole la vittoria. Un accordo che congeli le linee attuali del fronte sarebbe presentato internamente come una sconfitta, dopo quattro anni di guerra e centinaia di miliardi spesi. Putin può permettersi di negoziare solo se ottiene abbastanza da vendere come vittoria al pubblico russo. E quel “abbastanza” non è ancora sul tavolo, né potrebbe esserlo senza che l’Ucraina accetti condizioni che equivalgono a una capitolazione.

C’è però un elemento che le analisi correnti tendono a sottovalutare: i conflitti non stanno favorendo né Washington né Mosca. Stanno favorendo Pechino, Nuova Delhi e Ankara.

La Cina ha consolidato in questi mesi la sua posizione di interlocutore indispensabile: è il principale acquirente del petrolio iraniano, è il principale creditore della Russia, è l’unica potenza che può permettersi di parlare con tutti senza scegliere. Ogni mese di conflitto rafforza la sua posizione relativa nel sistema globale.

L’India di Modi ha fatto la stessa cosa con più discrezione: ha acquistato petrolio russo scontato, ha mantenuto relazioni con Washington, ha evitato qualsiasi allineamento che la vincolasse. Tre anni di conflitto ucraino l’hanno arricchita e irrobustita come attore autonomo.

La Turchia di Erdogan, espulsa di fatto dal processo decisionale europeo, tenuta a distanza dalla NATO sui punti che contano, si è sapientemente ritagliata il ruolo di mediatore obbligato: i colloqui di Istanbul, il grano del Mar Nero, i droni Bayraktar venduti all’Ucraina e contemporaneamente la finestra aperta su Mosca. Ankara non ha mai smesso di giocare su entrambi i tavoli, e ci ha guadagnato.

Emerge un paradosso evidente: l’Occidente sta esaurendo risorse, credibilità e coesione in due conflitti che non riesce né a vincere né a concludere. Nel frattempo, le potenze che hanno scelto la neutralità strategica si rafforzano. Non è un caso. È la conseguenza logica di vent’anni di politica estera occidentale che ha confuso i valori con gli interessi, i principi con la potenza, le risoluzioni dell’ONU con la realtà dei rapporti di forza.

L’algoritmo della storia, non si è fermato. Si è solo spostato a Est. E mentre Bruxelles lima commi e Washington tratta cessate il fuoco di sessanta giorni, Pechino costruisce porti, reti ferroviarie e alleanze energetiche che dureranno decenni.

La pace è un bene, certo. Ma solo i forti possono permettersi di desiderarla davvero. Gli altri la subiscono.

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Di Magister

Magister, è la firma che anima una piccola comunità di pensiero. Siamo una redazione diffusa di formazione umanistica, cresciuta all'ombra della Napoli classica e civile. Ci proponiamo come un laboratorio critico indipendente: il nostro obiettivo è smontare, con il rigore del metodo e della parola, le retoriche del dibattito pubblico contemporaneo, le derive della neolingua digitale e i meccanismi della società del rendimento

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