1992, Mario Draghi apre la svendita dell’Italia con la riunione del Britannia. 2026, con lo stesso metodo delle vendite carbonare, Draghi apre il banco con la Ue.

Porte chiuse; nessun verbale; nessun comunicato stampa, pochi cenni lasciati filtrare ad arte sulle testate finanziarie minori, riprese dalle civette di qualche quotidiano antipatizzante. Notizie di quelle che contano ignorate del tutto dalla grande stampa economica internazionale. E’ il metodo Draghi, quello tipico del governo ombra della economia: non curarsi del consenso democratico, ma piombare sui tavoli decisionali che contano esercitando pressioni lobbistiche e ricatti finanziari finalizzati al condizionamento delle scelte che altrimenti nei Parlamenti non riuscirebbero a trovare le maggioranze necessarie. L’azione carbonara della finanza apolide stavolta sembra aver superato i confini delle nazioni per diramare i suoi tentacoli direttamente su quelle che siamo abituati a chiamare “istituzioni europee”. A Bruxelles infatti, gli stessi burosoauri che pur un tempo poi nemmeno così remoto (2011), si servivano delle letterine di Draghi e delle Trojke per sovvertire i Governi eletti, oggi si dicono sconcertati dall’azione carbonara pianificata da Mario Draghi finalizzata alla presa dei comandi della cabina di pilotaggio Ue: a Baden Baden ci siamo divisi i compiti per vedere di riuscire ad aiutare concretamente la Commissione, rivela la fonte riservata di cui dà conto Milanofinanza. Insomma, un lavoriamo per voi. Quasi un pizzino recapitato al welcome desk di Palazzo Berlaymont scosso dall’inerzia soporifera dell’Unione i cui Commisari a breve potrebbero vedersi esautorati dall’innesco del pilota automatico programmato dai Draghi boys come lo furono l’Italia di Amato; quella di Berlusconi; la Grecia di Papandreu e la Grecia di Tsipras

Capitale, tecnologia, università e politica, quella riunita a Baden Baden è sicuramente una cupola composita di alto profilo, molto più strutturata rispetto alle precedenti del Britannia e della BCE a riflettere la rilevanza della tecnologia e della ricerca sull’economia globale contemporanea come mai prima nella storia.

L’impianto resta immutato: è lo stesso che portò alla creazione dell’euro e del mercato unico, ma di tutta evidenza risultano l’aggiornamento alla rivoluzione AI e l’aspirazione a competere con Cina e Stati Uniti. Uno schema tecnocratico con venature dirigiste, nel quale l’intervento pubblico è funzionale all’abilitazione su grande scala della turbo-finanza, in danno del capitale d’investimento produttivo diffuso. Quindi, meno sovranità di veto dei singoli Stati, più integrazione guidata da chi ha le competenze (Rhine group), più capitale privato mobilitato su scala continentale, meno distinzione tra chi fa impresa e chi fa polica.

I profili dei Draghi boys

Più che un think tank tecnico e indipendente come si autodefinisce, ci ritroviamo al cospetto di un’élite che si ricicla e si riposiziona secondo convenienza a cominciare dal trio fondatore che combina legittimazione istituzionale (Draghi); potere finanziario-tecnologico con salde radici nell’establishment tech americano Collison, coautore, con l’economista Tyler Cowen (George Mason University), della corrente di pensiero “Progress Studies”, molto popolare nell’ambiente tech-libertarian della Silicon Valley; e un trasformista della politica spagnola, Luis Garicano, da critico del PP a uomo vicino a Feijóo. Tra gli ideologi economici di Ciudadanos, partito centrista spagnolo di cui fu eurodeputato (2019-2022), vicepresidente di Renew Europe per gli affari economici, coinvolto nella definizione del Recovery Fund UE. Quando Ciudadanos è collassato elettoralmente, è tornato all’università salvo poi, nel 2023, entrare in Reformismo21, la fondazione vicina al Partido Popular creata da Alberto Núñez Feijóo. Per anni Garicano era stato un critico esplicito del PP e della sua gestione delle istituzioni e della corruzione. Il suo passaggio nell’orbita del partito che aveva attaccato è stato letto come la più classica delle pratiche di trasformismo della vecchia classe dirigente spagnola

A scorrere l’elenco dei membri del Rhine group, emergono quattro differenti insiemi:

L’establishment accademico-tecnocratico “mainstream liberale”

Aghion, Holmström (Nobel), Cœuré (ex BCE, ex Banca dei Regolamenti Internazionali), Reichlin, Giavazzi, Weder di Mauro, Decarolis, economisti che condividono una matrice comune: formazione anglosassone o affine, carriere tra accademia d’élite, banche centrali e organismi internazionali, posizioni storicamente favorevoli a integrazione europea, disciplina di bilancio temperata da investimenti comuni (il “modello Draghi” sintetizzato nel Rapporto 2024). Sono l’establishment economico europeo che dagli anni ’90 ha disegnato Maastricht, l’euro, le riforme del mercato unico.

I grandi capitani d’industria tech, quasi tutti “unicorni” quotati o prossimi alla quotazione:

Niel (Iliad), Siemiatkowski (Klarna), Lütke (Shopify), Nominacher (Celonis), Dabkowski (ElevenLabs), Pignataro (Ion), Ferrari (Bending Spoons). Qui il minimo comun denominatore è lampante: sono fondatori-proprietari di piattaforme digitali o fintech che operano su scala continentale o globale. La loro causa coincide esattamente con le diagnosi del Rapporto Draghi.

I vertici della finanza e della politica economica di establishment

Torres Vila (BBVA), Boone (ex OCSE, ex consigliera Macron), Colao (ex Vodafone, ex ministro italiano per l’innovazione), Cingolani (ex ministro Transizione ecologica, oggi Leonardo). Sono la cerniera tra capitale privato e Stati, soggetti che hanno già attraversato la porta girevole tra governo e grande impresa.

Il circuito mediatico anglosassone che racconta (e legittima) tutto questo

I direttori di Financial Times ed Economist, le due testate che da decenni sono il megafono naturale di mercati aperti, integrazione, “modernizzazione” dell’Europa. La loro presenza al tavolo, non solo come cronisti ma come partecipanti, è forse il dato più problematico: chi dovrebbe raccontare criticamente l’operazione siede invece dentro la stanza con la Chatham House Rule.

Appendice: le domande che restano

Dove ha sede il Rhine Group di Mario Draghi?

Il Rhine Group ha sede legale in Svizzera, a Ginevra, come associazione di diritto svizzero domiciliata presso la fiduciaria L&S Trust Services. La prima riunione operativa del gruppo si è invece tenuta a Baden-Baden, in Germania, dal 20 al 23 settembre 2026: una sede di incontro, non la sede legale dell’organizzazione.

Chi ha fondato il Rhine Group insieme a Mario Draghi?

Il Rhine Group è stato fondato nell’agosto 2026 da Mario Draghi insieme a Patrick Collison, cofondatore e amministratore delegato della società di pagamenti Stripe. La direzione operativa del gruppo è affidata a Luis Garicano, economista spagnolo ed ex eurodeputato di Ciudadanos, oggi vicino al Partido Popular

Cos’è il Rhine Group e qual è il suo obiettivo dichiarato?

Il Rhine Group è un think tank privato che riunisce circa cinquanta tra economisti, imprenditori tecnologici ed ex politici, con l’obiettivo dichiarato di tradurre in agenda concreta il Rapporto Draghi del 2024 sulla competitività europea. Gli incontri si svolgono sotto Chatham House Rule, senza verbali né elenco ufficiale dei partecipanti.

Di Magister

Magister, è la firma che anima una piccola comunità di pensiero. Siamo una redazione diffusa di formazione umanistica, cresciuta all'ombra della Napoli classica e civile. Ci proponiamo come un laboratorio critico indipendente: il nostro obiettivo è smontare, con il rigore del metodo e della parola, le retoriche del dibattito pubblico contemporaneo, le derive della neolingua digitale e i meccanismi della società del rendimento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

  • Facebook
  • X (Twitter)
  • LinkedIn
  • More Networks
Copy link