Nel 2011 Pomicino proponeva di chiamare alla cassa la ricchezza nazionale e trasformare il patrimonio pubblico in capitale. Oggi il governo cancella il bollo per il 2027. Ma il macigno del debito grava ancora sull’economia italiana.
Bankitalia certifica che a giugno il debito delle amministrazioni pubbliche ha varcato per la prima volta la soglia dei 3.200 miliardi, con un balzo mensile di 26,2 miliardi e un incremento tendenziale, sui dodici mesi, di circa 136 miliardi. Traiettoria inequivocabile: dal rallentamento di fine 2025 il debito ha ripreso a correre con una progressione di venti miliardi al mese.
Tagliare le tasse è sicuramente una mossa vincente come lo fu nelle urne elettorali il taglio dell’ICI sulla prima casa che rilanciò il mercato immobiliare, ma tagliare una tassa sia pure tra quelle più odiate dagli italiani non basta. A far crescere un’economia che ristagna sono gli investimenti. Qualche euro in più lasciato nelle tasche può tornare utile a saldare le bollette arretrate, ma non risolve i problemi strutturali. Per tornare a correre servono soldi da investire. Aggredire il debito pubblico e tagliare la spese per interessi è una via obbligata
C’è una voce che non si è mai rassegnata e che vale la pena di riesumare. Sembra quasi una legittima eredità intellettuale lasciata al Governo Meloni quella di Paolo Cirino Pomicino, l’andreottiano ministro del Bilancio nei governi Andreotti VI e VII, scomparso lo scorso marzo a 86 anni dopo una vita spesa, non senza ombre giudiziarie poi in gran parte dissolte, tra i corridoi del Palazzo e le colonne dei giornali sulle quali si è impegnato fin quasi l’ultimo giorno di vita.
Sotto lo pseudonimo di Geronimo, Pomicino ha firmato per decenni, su testate come il Giornale, Libero e con incursioni sul Foglio di Giuliano Ferrara, editoriali con a tema il debito pubblico che Blogaccio ha già avuto occasione di richiamare in passato, senza però mai renderne conto in modo compiuto per quanto meritava.
Nella sua essenzialità, lo sforzo di Pomicino è stato quello di sviluppare una tesi lineare, quasi provocatoria in un dibattito pubblico che sembra ripiegare nell’approccio ideologico: cartolarizzare il patrimonio immobiliare pubblico, conferendolo in un veicolo finanziario, una società veicolo da collocare sui mercati internazionali attraverso l’emissione di titoli obbligazionari. Titoli che, avendo un sottostante tangibile verrebbero accolti dagli investitori con un favore ben diverso da quello riservato al debito sovrano ordinario. Il ricavato andrebbe interamente destinato all’abbattimento dello stock del debito ed il risparmio sulla spesa per interessi così ricavato, libererebbe risorse da girare, finalmente, agli investimenti produttivi anziché al servizio del debito stesso. Un cortocircuito virtuoso ad interrompere la spirale per cui si emette debito nuovo per pagare gli interessi del debito vecchio.
Non un’intuizione estemporanea dunque, affidata a un solo editoriale, ma un vero e proprio piano finanziario sul quale Pomicino è tornato più volte, con la costanza di chi lo considerava un’idea percorribile, un vero e proprio programma di governo mancato che la malasorte politica gli aveva negato. Basta scorrere l’archivio delle sue firme sul Foglio, oltre un centinaio di interventi accumulati in anni di collaborazione per trovare la stessa cornice concettuale riproposta sotto angolazioni diverse. Un tentativo generoso sostenuto da argomenti seri, numeri documentati e fiducia nella politica di vecchio conio che avrebbe meritato ben altra considerazione.
Una via risolutiva della zavorra debito che se iscritta nel programma della prossima legislatura alle porte, potrebbe risultare una vera e propria spinta propulsiva della campagna elettorale e scolpire nella pietra della storia Repubblicana il Governo Meloni ben oltre lo sterile primato di durata che in assenza di risultati concreti richiama alla memoria le vittorie di Pirro
L’ascia di Geronimo per liberare Meloni dal debito
Proviamo a ripercorrere le tappe di sviluppo di questo programma economico la cui traccia, seguendo la nostra ricerca, prende le mosse nel lontano 2011
Già nell’autunno del 2011 Paolo Cirino Pomicino aveva provato a ragionare su un problema che la politica continua a rinviare: come abbattere davvero lo stock del debito, il principale macigno sulla finanza dello Stato, senza strangolare contemporaneamente la crescita. Il 15 settembre 2011, sul Foglio, spiegava che la crisi italiana richiedeva una terapia straordinaria e proponeva di scegliere, in alternativa alla patrimoniale, un contributo volontario accompagnato da un premio fiscale.
La proposta era già sorprendentemente dettagliata: persone fisiche e giuridiche avrebbero potuto versare fra 30 mila e 3 milioni di euro, in due annualità, ottenendo in cambio una moratoria sugli accertamenti fiscali per tre anni a condizione che reddito o fatturato crescessero almeno del 2 per cento annuo.
La stima di Pomicino era enorme: 150-300 miliardi di euro, con un abbattimento del debito nell’ordine di 10-20 punti di PIL e un risparmio annuo sugli interessi fra 8 e 16 miliardi.
Chi vuole può rileggere direttamente il testo originale di Geronimo: “Consigli ai volenterosi per applicare la dottrina Krugman senza altri debiti”
Il mattone che produce reddito
Il 1° ottobre 2011, ancora sul Foglio, Pomicino entrava nel dettaglio. La proposta era quella di vendere immediatamente quote di un fondo immobiliare chiuso nel quale conferire circa 10 milioni di metri quadrati di immobili dello Stato utilizzati dalla Pubblica Amministrazione. La sua stima era di 30-35 miliardi di euro nel triennio, sulla base di un rendimento del 5 per cento. Il particolare più interessante era che Pomicino non pensava alle caserme abbandonate o ai ruderi da valorizzare dopo anni di pratiche burocratiche, ma ad immobili già utilizzati e già produttivi, con un inquilino particolarmente rassicurante: lo Stato.
La fonte originale è ancora disponibile nell’archivio personale di Pomicino: “Come uscire dalla crisi senza ripetere gli errori degli anni ’90” – Il Foglio, 1 ottobre 2011.
Ed ecco comparire per la prima volta, con estrema chiarezza, una parola importante: fondo. Non la svendita del patrimonio, ma la sua trasformazione in capitale.
dall’abbattimento del debito generare risorse per la crescita
Il 28 dicembre 2011 Pomicino tornò sull’argomento con il Corriere della Sera: “Rilanciare l’economia in due mosse”. La prima mossa era il contributo della grande ricchezza nazionale. La seconda, ancora una volta, la valorizzazione degli immobili pubblici.
Pomicino stimava che il 10 per cento degli italiani controllasse circa il 45 per cento della ricchezza nazionale e proponeva un contributo volontario graduato, fino a raccogliere circa 120 miliardi l’anno secondo la sua ricostruzione. In parallelo, insisteva sulla possibilità di utilizzare il patrimonio immobiliare pubblico già occupato dalle amministrazioni per ottenere risorse immediatamente destinabili alla crescita.
Il pezzo originale del Corriere è ancora leggibile qui: “Rilanciare l’economia in due mosse” – Corriere della Sera, 28 dicembre 2011.
Il principio era semplice da comprendere. Abbattere il debito da una parte. Creare risorse per la crescita dall’altra. Non era dunque il solito gioco delle tre carte fra deficit e PIL, ma un tentativo praticabile di aggredire il numeratore, il debito accumulato, per liberare successivamente risorse dalla spesa per interessi.
Cisnetto raccoglie la proposta Pomicino
Il dibattito sollevato dalla eco della proposta Pomicino, deve aver ispirato Enrico Cisnetto. Nel marzo 2012, in Esercizi liberal-keynesiani, Cisnetto proponeva di trasferire 700 miliardi di asset pubblici facilmente valorizzabili, su un patrimonio pubblico complessivo stimato in circa 1.800 miliardi, a una società-veicolo da quotare in Borsa. I detentori di patrimonio privato oltre una certa soglia avrebbero dovuto sottoscrivere progressivamente i titoli della società. Una sorta di “patrimoniale light”, perché il privato non avrebbe semplicemente consegnato denaro allo Stato, avrebbe ricevuto in cambio un’attività finanziaria. La destinazione dei proventi sarebbe andata per due terzi alla riduzione del debito e per il restante terzo agli investimenti.
Il testo originale di Cisnetto è qui: “Esercizi liberal-keynesiani” – Enrico Cisnetto, Formiche, 9 marzo 2012.
Il 20 febbraio 2012, a Roma InConTra, Cisnetto parlò della possibilità di mettere il patrimonio pubblico in una società-veicolo da quotare in Borsa, facendo acquistare i relativi titoli alla ricchezza privata.
Una registrazione d’archivio di Radio Radicale utile per ascoltare direttamente il dibattito sull’economia italiana ed europea e sulle proposte allora avanzate per affrontare il problema del debito pubblico.
La pianificazione strategica di Geronimo
Pomicino, infatti, non lasciò cadere la sua proposta ed il 12 giugno 2012, in una lettera aperta a Mario Monti pubblicata sul Foglio, tornò sulla necessità di chiamare in causa la grande ricchezza nazionale e sulla possibilità di ricavare 35-40 miliardi dalla vendita degli immobili strumentali delle amministrazioni centrali. Il suo bersaglio era ancora lo stesso: ridurre il debito e contemporaneamente trovare risorse per gli investimenti.
L’articolo è conservato nell’archivio personale di Pomicino: “Lettera aperta a Monti sul governo e i poteri forti. Aspettando la patrimoniale” – Il Foglio, 12 giugno 2012.
Quella di Pomicino quindi, non era il guizzo propagandistico del vecchio volpone democristiano, ma una consistente pianificazione strategica per portare a soluzione il problema nevralgico della asfittica economia italiana e Dio solo sa, quanto abbiamo ancora bisogno di veder risolti il problema del debito e quello della bassa crescita economica.
i numeri di Geronimo
Nel 2013 la proposta arriva alla sua forma più compiuta. Il 10 maggio, sul Foglio, Pomicino scrive che è tempo di smettere di litigare su quale tassa togliere per prima e di trovare risorse sufficienti per far uscire l’Italia dalla recessione. L’obiettivo principale è ridurre “hic et nunc” lo stock del debito pubblico. Per farlo propone di rivolgersi a quel 10 per cento di cittadini, famiglie e imprese che, secondo le sue stime, controllava circa il 45 per cento della ricchezza nazionale. Niente patrimoniale che deprime gli investimenti e ci precipiterebbe nella nera recessione, ma un contributo volontario a fondo perduto, destinato alla Banca d’Italia per abbattere il debito. La forchetta viene portata da 30 mila a 5 milioni di euro, secondo reddito o fatturato. Stima introiti per circa 120 miliardi di euro. Ribadisce ancora una volta il ragionamento sul risparmio per interessi tra i 6-7 miliardi l’anno liberati dalla riduzione del debito.
Poi torna il mattone. Altri 40 miliardi dalla vendita di 10 milioni di metri quadrati di immobili statali, conferiti in un fondo immobiliare pubblico. Tolti i costi delle locazioni dei primi tre anni, Pomicino calcola 33-35 miliardi da immettere nell’economia reale.
Il documento completo è qui: “Concorso di idee per farcela” – Paolo Cirino Pomicino, Il Foglio, 10 maggio 2013.
manovra di finanza straordinaria
Nel luglio 2014 Geronimo perfeziona la sua proposta e scrive sul Foglio che occorre una vera “manovra di finanza straordinaria” per aggredire il debito e liberare risorse dalla spesa per interessi, allora superiore agli 85 miliardi annui.
Il testo è disponibile nell’archivio personale di Pomicino: “Come aggredire il debito pubblico senza i soliti provvedimenti demagogici” – Il Foglio, 29 luglio 2014.
E nell’agosto dello stesso anno, sul Sole 24 Ore, arriva addirittura un piano quadriennale di sviluppo:
120 miliardi di contributo volontario per abbattere il debito; oltre 10 miliardi l’anno di risparmio sugli interessi; un vincolo di portafoglio per fondi pensione e casse previdenziali; almeno 10 miliardi l’anno per quattro anni destinati all’acquisto di immobili pubblici utilizzati dalla PA e messi a reddito; 40 miliardi di ricavi complessivi, ridotti a circa 33 miliardi di finanza fresca dopo aver considerato l’onere delle locazioni.
Il piano completo è qui: “Un piano quadriennale di sviluppo” – Paolo Cirino Pomicino, Il Sole 24 Ore, 17 agosto 2014.
L’obiettivo finale resta immutato: abbattere significativamente il debito e utilizzare le risorse liberate per far ripartire l’economia. Una proposta dunque ben strutturata che vede ad ottobre 2014 Pomicino addirittura spiegare meglio e nel dettaglio dopo le reazioni suscitate da un’intervista. Ribadiva il contributo volontario da 30 mila a 5 milioni; il versamento in due annualità alla Banca d’Italia e l’obiettivo di raccogliere almeno 120 miliardi per abbattere il debito. Ma aggiungeva un’altra gamba al progetto: un vincolo di portafoglio alle casse previdenziali pubbliche e private, affinché acquistassero immobili pubblici utilizzati dalla PA e messi a reddito.
Il testo integrale è qui: “Niente accertamenti fiscali per chi dà contributi volontari” – Libero, 29 ottobre 2014.
A quel punto la ricetta era diventata un piano fiananziario strategico preciso:
ricchezza privata → riduzione del debito;
patrimonio pubblico → capitale;
minore spesa per interessi → risorse per la crescita;
investitori istituzionali → valorizzazione degli immobili pubblici.
Geronimo nei sogni di Giorgetti
Si può considerare questa una proposta ingenua, per certi versi magari complicata, di certo però ci dice che Pomicino aveva pensato e lavorato a lungo su come cancellare una quota rilevante di debito: non limitarsi a leggi di bilancio ragionieristiche che puntano a finanziare la sola spesa corrente; porre fine ai viaggi della speranza di tutti i Governi presso la Commisione di Bruxelles in preghiera per essere autorizzati a spese dello zero virgola, liberando risorse da investire in settori strategici dell’economia in grado di rimettere in marcia il motore della crescita cui i privati possano agganciarsi e moltiplicare la spinta. Insomma, quella di Pomicino fu e resta una proposta economica di chiara fama politica nella quale ha mantenuta fiducia fino all’ultimo. Quella politica alla quale oggi sono stati sottratti gli strumenti di risoluzione dei problemi a fronte del tecnicismo elemosiniere degli apparati finanziari continentali

