la democrazia si difende o bastano le parole ad onorarla?
Andrea Malaguti, sulla Stampa del 5 aprile, disegna la frattura dell’Occidente come una questione di temperamento culturale, quasi di stile. Due Occidenti, scrive. La diagnosi è corretta, ma incompleta. Perché il problema non è di geografia: è di sostanza. Non si tratta di dove ci si trovi, ma di cosa si fa quando i valori proclamati vengono calpestati davanti agli occhi di tutti. È una questione di coerenza tra le parole e i fatti. Ed è esattamente qui che le strade si dividono in modo netto, forse irrecuperabile
Il feticcio del diritto
Da un lato c’è la democrazia europea, quella del diritto scritto, dei trattati, delle risoluzioni del Parlamento Europeo, dei comunicati dell’Alto Rappresentante per la Politica Estera che nessuno legge e che nessun despota teme. Un’architettura di norme pensate come assolute, quasi platoniche. Lo “Stato di diritto” come feticcio supremo, la diplomazia come unica risposta ammissibile a qualsiasi provocazione, il dialogo come virtù in sé — indipendentemente dal fatto che sull’altro lato del tavolo siedano interlocutori disposti ad ascoltare o carnefici che sorridono mentre firmano ordini di esecuzione.
Stato di diritto o stato di resa? L’Europa sceglie la finestra

Questa democrazia europea ha scelto — perché è una scelta, non una fatalità — di restare inerme a guardare. Ha guardato quando i pasdaran iraniani impiccavano i ragazzi che scendevano in piazza per Mahsa Amini. Ha guardato quando Hamas bruciava bambini nei kibbutz il 7 ottobre 2023. Guarda tuttora, mentre il regime degli ayatollah vende i corpi dei giustiziati alle famiglie dietro pagamento — pratica documentata da Iran Human Rights, organizzazione con sede a Oslo che monitora le esecuzioni capitali del regime. E nel frattempo convoca vertici, emette condanne formali, invoca il diritto internazionale — quel medesimo diritto internazionale che i boia di Teheran usano come carta igienica ogni mattina.
Su queste pagine si era già scritto di come nella pace degenerata si nasconda tutta la crisi dell’Occidente: l’Europa ha trasformato la pace in un valore assoluto, svincolato da qualsiasi contenuto, fino a farne uno schermo dietro cui nascondere la propria incapacità o peggio, la propria riluttanza a difendere ciò che quella pace dovrebbe proteggere.
Democrazia senza coraggio, spirito del nostro tempo
Siamo di fronte ad una grande ipocrisia. Perché i principi sui quali l’Europa dice di fondarsi — libertà, dignità umana, autodeterminazione dei popoli — non cadono dal cielo. Qualcuno li ha conquistati. Con il sangue. Due volte nel Novecento, i soldati americani sono morti sul suolo europeo per impedire che quei valori venissero cancellati definitivamente dalla Storia. Per ottant’anni, la NATO a guida statunitense ha fatto da argine all’espansionismo sovietico, garantendo quella stessa pace che oggi l’Europa rivendica come conquista propria.
Lo si era già sottolineato con una certa amarezza: gli americani non vogliono più morire per l’Europa e dopo aver visto come il Vecchio Continente ha impiegato quegli ottant’anni di ombrello americano — a costruire burocrazia, a ridurre gli eserciti, a predicare pacifismo sterile — è difficile dargli torto.
U.S.A. la democrazia che agisce
Dall’altro lato c’è la democrazia americana, quella che non ha rinunciato all’idea che i valori si difendano e che difenderli significhi talvolta usare la forza. Una democrazia imperfetta, rumorosa, a volte contraddittoria. Ma è l’unica che continua a pagare un prezzo reale per affermare le conquiste della civiltà occidentale dove queste vengono attaccate. Lo fa con Israele, che combatte in prima linea contro un sistema di “proxy” terroristici alimentati e finanziati da Teheran — come documentato dal Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center di Tel Aviv con anni di rapporti analitici. Lo fa in Venezuela, dove l’azione diretta ha scelto di sostituire decenni di diplomazia multilaterale che avevano prodotto solo un più lungo catalogo di miserie — come raccontato in The Donald is back per rianimare le democrazie.
Non si tratta di nostalgia del sogno americano svanito nei film che hanno alimentato le fantasie di almeno tre generazioni di giovani europei e nemmeno si vuole affermare che Washington sia la città di Dio sulla terra. Si ribadisce qualcosa di molto più semplice: chi evoca la democrazia senza essere disposto a difenderla non è un democratico sincero. È un complice. Perché l’astensione davanti al male non è neutralità — è una scelta di campo. È la scelta di lasciare campo libero a chi del male ha fatto un sistema di governo.
Il nemico ha un nome
Il regime iraniano degli ayatollah è esattamente questo: un sistema teocratico e terrorista che da decenni finanzia il caos in tutto il Medio Oriente, che usa Hezbollah come braccio armato in Libano, Hamas come ariete contro Israele, gli Houthi come strumento per paralizzare le rotte commerciali del Mar Rosso. Un regime che secondo il rapporto annuale del Dipartimento di Stato USA sul terrorismo risulta essere il principale sponsor statale del terrorismo internazionale da anni consecutivi. Un regime che impicca le sue ragazze per come portano il velo e che usa la trattativa diplomatica come tattica dilatatoria per guadagnare tempo — il tempo necessario ad arricchire l’uranio un altro po’.
Su queste pagine si era già analizzato come la penetrazione islamista nelle istituzioni europee proceda esattamente su questo schema: approfittare dell’ingenuità quando non della complicità, di chi scambia il dialogo con la resa.
La lezione che l’Europa non vuole imparare
Claudio Martelli, uno di quei politici della Prima Repubblica che la pochezza della classe dirigente attuale sta riportando alla ribalta, lo ha detto con la lucidità di chi ha visto abbastanza Storia da non farsi ingannare dalle favole: noi europei siamo poveri illusi dal diritto. La storia non è un manuale giuridico. È fatta di rapporti di forza, di volontà politiche, di capacità di tenuta. Una civiltà che ha disimparato a difendersi non dura a lungo, indipendentemente da quante belle carte costituzionali abbia firmato.
Lo sapevano bene i romani. Come si era raccontato commentando un saggio recente: non furono i barbari a disarmarli, fu la corruzione dei costumi. L’analogia con l’Europa contemporanea è scomoda ma inevitabile. Una civiltà si svuota dall’interno prima di cedere all’esterno. Lo scriveva del resto anche il filosofo Raymond Aron già negli anni Settanta: la democrazia liberale porta in sé il germe della sua resa, se non coltiva la volontà di sopravvivere ai suoi nemici.
Democrazia non è un logo
La democrazia non è un logo. Non è una dichiarazione d’intenti. Non è la formula magica da ripetere nei comunicati stampa del Consiglio Europeo. È un sistema che si regge sulla capacità di sopravvivere ai suoi nemici. E i suoi nemici — quelli veri, quelli che ne vogliono la cancellazione, non la riforma — non si convincono con sanzioni nominali né con risoluzioni ONU destinate agli archivi. Si fermano quando trovano una resistenza che costi loro più di quanto guadagnino ad andare avanti.
Finché l’Europa si rifiuterà di imparare questa lezione, potrà invocare lo “Stato di diritto” quanto vuole: sarà soltanto il bel nome di una resa in abito da sera.
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