
geopolitica della intelligenza artificale, Alessandro Aresu.
Feltrinelli editore
Consulente della PdCM, ha avuto incarichi presso molte istituzioni ed è stato anche consigliere di aziende multinazionali. Alessandro Aresu è un affermato analista che scrive per Limes, la Stampa, L’Espresso. Laureato in filosofia, ha orientato i suoi studi ai settori strategici della economia e della competizione globale.
Jensen Huang, il ragazzo col giubotto in pelle

In geopolitica della intelligenza artificiale, corposo e documentato saggio dato alle stampe nel 2024 (pagg. 654), ripercorre non solamente le tappe della più straordinaria innovazione tecnologica destinata a segnare lo sviluppo del XXI secolo, ma ci tratteggia il profilo di tutti gli attori che hanno concorso a realizzarla, a partire da Jensen Huang, o Jen-Hsun Huang, CEO fondatore di NVIDIA. Il ragazzo del Kentucky di origine cinese geniale inventore dalle cui memorie per il calcolo parallelo (le famose schede grafiche), tutto ha preso le mosse. L’intelligenza artificiale infatti, non è il prodotto di un oscuro disegno egemonico come molti sarebbero indotti ad immaginare visto il repentino balzo in avanti che ha ingenerato nel mondo delle produzioni ottimizzando i processi, sollevando l’uomo dalle fatiche ripetitve e determinando il sovvertimento degli equilibri geopolitici con il crollo di interi mercati e numerose filiere produttive.
Capitale di rischio e lavoro operoso
L’intelligenza artificiale è più semplicemente la “rivoluzione industriale” del nuovo millennio promossa dalla lungimiranza del capitale di rischio e dalla disciplinata, variabile del fattore di produzione: il lavoro operoso delle masse asiatiche. Due elementi essenziali del progresso di civiltà dimenticati dall’Europa chiusa nella sua fitta trama di vincoli regolamentari e di principi astratti che hanno marginalizzato il vecchio continente spingendolo fuori dalla storia. Perché la storia della innovazione, oggi la stanno scrivendo gli americani; le masse Taiwanesi, del sud est asiatico e la Cina che ruba, copia, riproduce e vende a stoccaggio. L’intelligenza artificiale è solo l’ultima delle prove che ci conferma l’esaurimento della spinta propulsiva che alimentava l’ara bimillenaria della cultura occidentale: l’Europa, oggi inaridita, quando non del tutto desertificata nei campi propri dell’innovazione, della ricerca, delle produzioni tecnologiche e non solo, finanche di quelle manifatturiere di base che la posero al centro del mondo. I popoli europei sono oggi diventati consumatori in panciolle che leggono compiaciuti i fasti del loro passato negli indici dei 450 km di Regolamenti emanati da Bruxelles per la felicità del resto del mondo che si è liberato di un competitore fino a ieri inarrivabile.
IA, l’ultima distruzione creativa di successo
In questa ultima favolosa storia di distruzione creativa di successo che siamo sicuri leggerete con interesse dalla prima all’ultima pagina delle note con ricchi riferimenti documentati a delineavi il quadro preciso e chiaro della contemporaneità, il solo paese mediterraneo che ha avuto un ruolo attivo è Israele. Sono stati infatti i sofisticati software sviluppati dalle startup innovative israeliane come Mellanox a permettere alle memorie NVIDIA dei data center sparsi tra la costa californiana e Taiwan di parlarsi e scambiare in parallelo i loro calcoli coi nodi sparsi tra i continenti.
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