GDPR, pensato per smorzare il populismo in rete

Ben ritrovati. Per qualche mese siamo restati in silenzio, incerti se proseguire il nostro racconto oppure metterci a tacere e sparire dal web. Ci siamo rotti la testa pur di trovare una via attraverso le maglie fitte del nuovo Regolamento sulla privacy emanato dai guardiani al soldo di Bruxelles. Una infinità di vincoli, obblighi e restrizioni finalizzate non già a bilanciare e contenere i poteri dei colossi del web in grado di investire milioni in strutture tecniche e di supporto legale superando ogni ostacolo, quanto piuttosto per semplificare e disboscare la selva di siti personali e blog amatoriali che hanno dimostrato di aver avuto e continuare a mantenere, un ruolo di orientamento politico e culturale della opinione pubblica tale da arrivare a seppellirli sotto una montagna di schede elettorali istruite e preparate dalle voci comuni che si sono alzate dal popolo basso attraverso la rete. Trump li ha spaventati. Coi suoi tweets ha smentito e sbugiardato i grandi network televisivi; la stampa “liberal” e gli illuminati del pensiero globalista che tenevano bordone alla Clinton. Il truce ha dimostrato che si possono mettere nel sacco le miriadi di maestri del pensiero splendido che per anni hanno raggirato il popolo e fregato i suoi interessi con le belle parole e la tolleranza dei diritti inventati. Dall’Atlantico agli Urali, il vento della giustizia giusta dei popoli sottomessi, è arrivato a scoperchiare le tane delle canaglie che tengono in ostaggio anche il vecchio continente. La Brexit, il voto austriaco, quello italiano, hanno fatto intendere alla pletora di spocchiosi che tira le fila tra Berlino, Bruxelles e Parigi per conto della finanza apolide, ch’era giunto il tempo di reagire e spegnere gli agenti del popolo che dalla rete danno forma e sostanza alla libertà di pensiero e di espressione. Il risultato è stata la diramazione dell’ennesimo Regolamento diktat subitaneamente recepito nell’ordinamento italiano con il D.lgs. n.101/18 il quale pretende dai cittadini comuni, l’implementazione di vuote norme cervellotiche, attraverso strumenti ed ausili tecnici complessi e come se non bastasse, a questi ultimi si aggiunge la tenuta di registri pronti ed efficienti alla bisogna delle turbe di utenti che dovessero sentirsi attinti da quelle parole sgradite che fanno luce nel buio pesto delle cattive coscienze. Tutto questo per godere del piacere di esprimere le proprie opinioni e portarle a conoscenza di un pubblico un pò piu’ largo della famiglia e degli amici. Siamo sicuri che coloro i quali hanno scritto il GDPR non hanno mai provato a misurare il gradimento delle loro opinioni in rete. Se l’avessero fatto, si sarebbero resi conto che non si può chiedere ai privati cittadini di rendere pubblica la propria firma, l’indirizzo di casa ed il numero di telefono. Solamente un idiota non capisce che ne va della sicurezza di ciascuno. Per le persone fisiche che si esprimono in rete a mezzo di piattaforme editoriali quali possono essere i blog, può bastare la regitrazione del dominio presso l’Autorità delle Comunicazioni attraverso un “hosting” certificato. Imbecilli. Noi continueremo a scrivere ed a bastonarvi con le parole. Quelle forti, che diventano importanti nel cuore dei giusti.

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