Biagio De Giovanni, in Europa la democrazia lotta contro gli Stati democratici

Sono tempi propizi per lasciarsi andare alle emozioni quelli che viviamo. L’Europa sembra rientrata in un interim che ricorda da vicino quello esplorato nel ‘900. Un ciclo che ben conosciamo in cui il disordine della società disconnessa dalla ragione, ci mette in attesa di una nuova storia. Il caos, lasciato libero di operare, ritorna a rinfocolare antiche, sopite passioni mai del tutto spente. Quella gamma di sentimenti che ristagnano nel profondo delle viscere dei popoli come riserva di salvezza, ultima speranza per rinascere a nuovo corso. Quale che sia la piega che prenderanno gli eventi in Catalogna, il sentore che l’ordine democratico europeo costruito sulle macerie del dopoguerra fosse entrato in crisi, l’avevamo avuto molto chiaramente già con la separazione tra cechi e slovacchi, cui fecero seguito le forti spinte indipendentiste dei fiamminghi in Belgio poi riverberate dall’avanzata prepotente della Lega di Bossi nel nord Italia e proseguite col tentativo quasi riuscito della Scozia di staccarsi dal Regno Unito fino a giungere alla Brexit, che ha certificato il rigetto dei principi di democrazia sofisticatamente tradotti e declinati dalla UE. Unione, ricordiamo, nata per tenere insieme Stati nazionali e che viceversa ha finito per sancire la morte delle nazioni e l’abbattimento di ogni limes economico, culturale, sociale, politico ed etico. Un magma primordiale di incandescenza sociologica nel quale sono piombati loro malgrado i popoli stessi dell’Europa sotto la spinta di forze sconosciute, spesso anonime e prive di volto. Un orizzonte talmente aperto ed allargato all’universo mondo dalle sconsiderate élite europee, da sconfinare nell’incertezza dell’oscuro infinito e risultare di pregiudizio alle comunità territoriali che smarrite, disorientate, comprensibilmente fanno appello alle risorse tradizionali ultime di riserva: provano a ritrovarsi lungo i confini a loro più vicini e riconoscibili, quelli dell’antico villaggio che all’Europa della finanza apolide va stretto. L’Unione Europea, così come l’hanno voluta e disegnata nei Trattati non i popoli, bensì i governi ispirati dai teorici del progresso che avanzerebbe a loro dire indistintamente su ogni zolla di terra del pianeta, è stata capace di mettere contro la democrazia gli stessi Stati democratici. Stati ai quali si è arrivati al punto di disconoscere addirittura ogni possibilità di esercitare la difesa con mezzi idonei alla conservazione delle proprie prerogative Statuali. Gli scienziati del diritto teorizzato a tavolino, hanno finto sorpresa ed indignazione per la Guardia Civile spagnola che nell’esercizio dei suoi compiti d’istituto ha usato legittimamente la forza pur di riuscire a disperdere quella che a ragione dovrebbe essere considerata nulla altro che una adunata sediziosa intenta a sovvertire l’ordine Costituzionale. Se una folta minoranza vuole imporre ad una non meno nutrita maggioranza silenziosa, l’occupazione delle piazze e delle Istituzioni per rivolgere a proprio vantaggio gli eventi determinati da una azione rivendicatrice di nuovi ordinamenti, che cos’altro sarebbe rimasto da fare ad una forza di polizia, se non disperdere la folla e salvare il bene collettivo? E’ pensabile che una forza Statuale organizzata rimanga inerme ad assistere la sua stessa fine? Quali rivoluzionari da salotto possono mai pensare di scendere in piazza a fronteggiare uno Stato democratico e poi lamentarsi di averle buscate? A questa Europa di maniaci depressi che dicono di amare il mondo più di quanto amano il continente che Continua a leggere

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La vecchia ciabatta va da Putin e taglia il gas a Salvini e 5 stelle

Si è rimessa in cammino la vecchia ciabatta. Consumata, bucata, menata a lucido si tiene a fatica da ogni lato, ma non rinuncia e resta in campo. Non corre, si trascina, tiene la palla, non ha più fiato per vincere e prova allora a rompere quello dei suoi compagni di squadra. Si accontenta del pareggio pur di restare in partita. Vuole mantenere la fascia di capitano. Ed allora va da Putin ed in nome della vecchia amicizia gli chiede di tagliare il gas a quelli che giovani, di energie da bruciare per correre e vincere ne hanno di fresche. La fortuna comunque non gli gira le spalle. La Catalogna si mette nei pasticci ed in Lombardia e Veneto la gente comincia a temere il peggio. Il referendum si sgonfia nei sondaggi. L’occasione è propizia. Da scafato marpione in men che non si dica riconquista la scena col vecchio apprezzato numero di cabaret del Continua a leggere

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L’Italia smart lo è da sempre, come sanno bene dalle parti di Di Maio

Uno vale uno, ma dopo Rimini a decidere restano in due: Grillo continuerà ad epurare, sarà però Di Maio a fare le liste. Cancellato il viaggio in Giappone, il più giovane dei Giggino che all’ombra del Vesuvio aspira a palazzo Chigi, ha intuito ch’era meglio restare separato, ma comunque in casa, con Fico, l’ortodosso della prima ora. Avanza infatti minaccioso un triunvirato oppositore interno che insieme a Fico annovera la Lombardi, anch’essa reduce da un periodo difficile per sua stessa ammissione, dove ha rischiato seriamente di essere sbattuta fuori dal movimento per avere pervicacemente attaccato la Raggi nella malcelata speranza di conquistare i cuori dei romani che pensa la possano condurre alla Presidenza del Lazio e Morra, l’osso duro del M5S ostinato come pochi a rifiutare il ruolo politico assegnato a Di Maio dai clic del Rousseau. Nel Movimento, Morra riconosce un solo Capo: Grillo, per le scelte che ha fatto nella vita. Accipicchia! Nella storia dello spettacolo ancora non si aveva notizia di un comico capace di fidelizzare il suo pubblico fino al punto da determinarne gli orientamenti di pensiero e le preferenze culturali. Crozza ad esempio, da quando è passato alla NOVE, più nessuno gli dà ascolto. Il vanto del M5S secondo Morra, è quello di aver abbattuto le distanze tra i cittadini e la loro rappresentanza politica: tutti possono fare politica, non c’è bisogno di un capo. Una tesi non propriamente nuova. A sentire Morra, viene da pensare che la scelta della Raggi il M5S l’abbia mutuata dalla cuoca di Lenin. Infatti Roma, la Capitale, i grillini la stanno cucinando a fuoco lento in attesa di preparare il gran finale del baccanale di Governo con l’arrivo alla guida del paese. Il portavoce designato anticipa che una volta raggiunto palazzo Chigi saranno dolori innanzitutto per il sindacato e poi per quei furbi che incasseranno il reddito di cittadinanza ed andranno poi a lavorare in nero. Il sindacato  volente o nolente sarà chiamato a riformarsi perché i giovani lavoratori del web non si sentono rappresentati ai tavoli di contrattazione da gente che prende soldi a pioggia da ogni parte e gode di pensioni d’oro. Pero’. Niente male. Gli intendimenti sembrano apprezzabili se non fosse che la Camusso ha già messo le cose in chiaro: quello di Di Maio è un insopportabile linguaggio autoritario. Tutto lascia pensare che l’opposizione sociale si trasformerà in consenso nelle urne come è già avvenuto coi tassisti e gli autisti romani, dapprima minacciati e messi in riga e poi garantiti a vita senza batter ciglio. Quanto ai disoccupati la faccenda si fa un po’ piu’ complicata. Per averne il voto bisognerà trovargli qualcosa da fare che giustifichi il reddito di cittadinanza, però questa attività non dovrà essere troppo impegnativa. Giusto il tempo di una firmetta e vai, che c’è da lavorare in nero e tanto. Oggi per tirare avanti, due stipendi non bastano. Gli italiani  Continua a leggere

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Evitate guai peggiori, il minaccioso monito di Rajoy agli indipendentisti catalani

Barcellona, quella appena trascorsa è stata una settimana di passioni sovversive e reazioni antireferendarie del Governo centrale di Madrid in nome della Legge. Nell’ordine, si sono succedute: irruzioni nei palazzi della Generalitat e nelle redazioni dei giornali; il commissariamento delle finanze del Governo autonomo di Catalogna e della polizia regionale la cui direzione, per ordine della Procura, è passata nelle mani della Guardia Civil; perquisizioni nelle abitazioni di 14 funzionari del Governo regionale incaricati delle operazioni referendarie, arrestati e poi rilasciati nelle ultime ore, si è appreso; ordinanze di divieto a manifestare; incriminazione contro ignoti per sedizione; fascicoli d’inchieste aperti su 750 sindaci per abuso di poteri e malversazione. E’ accaduto tutto quanto in sette giorni, ma erano anni che gli indipendentisti preparavano e cercavano lo scontro finale. E’ scritto nel loro programma di governo, nero su bianco. La Catalogna da lungo tempo è ostaggio di una maggioranza assembleare rappresentativa di una minoranza di cittadini, sia pure rilevante. Quelli di Madrid sono atti antidemocratici ed autoritari, le parole con le quali Puigdemont, presidente della Generalitat de Catalunya, ha provato a cercare solidarietà ed appoggi presso l’opinione pubblica internazionale trovandone poca e tra le poche, non potevano mancare di certo quelle italiane. Di queste, meritano una menzione le forze che ancora mantengono alta la bandiera dell’egoismo locale e le micro formazioni della sinistra antagonista che prendono il popolo a pretesto per ritagliarsi localmente la loro fetta di potere clientelare. Evitate guai peggiori, è stato il monito minaccioso di Mariano Rajoy, non c’è nulla di democratico nel tentativo di una fazione politica di sovvertire l’ordine Costituzionale, ha puntualizzato il capo del Governo spagnolo. Quelle spagnole perpetrate in Catalogna, sono le consuetudini proprie  di uno Stato ottocentesco contro una società democratica del XXI secolo, ha provato a ribadire il portavoce dell’autonomia catalana, Turull. Parole che lasciano trasparire anche una certa dose di vittimismo, considerato che sarebbe stato impensabile non aver messo in conto una reazione legale al tentativo di rompere l’unità del paese. Se infatti è accertato che non rientra nei poteri del Governo autonomo la facoltà di indire un referendum secessionista, resta da sottolineare che gli indipendentisti non trovano appigli nemmeno nei cavilli del diritto internazionale il quale riconosce alle minoranze diritti e finanche l’uso della lingua, ma non concede ad esse il diritto di secedere e nemmeno di autodeterminarsi tranne che non si ritrovino ad essere parte di un dominio coloniale o sotto il giogo di un governo dispotico, oppressivo che pone in essere sistematiche pratiche politiche di pulizia etnica come accadde al Kosovo, la cui indipendenza dalla Serbia fu riconosciuta a seguito dei rastrellamenti di Milosevic. Attacca Madrid anche Fernando Savater, filosofo basco, professore di etica ed opinionista politico, ma per ragioni esattamente opposte a quelle degli indipendentisti. Savater infatti critica aspramente la linea fin troppo morbida del Governo Rajoy, la cui inerzia ha rafforzato il consenso di una frangia estremista che è riuscita a prendere il controllo del Governo autonomo. Savater anzi ritiene che la Legge vada applicata rigorosamente e che gli indipendentisti vadano condotti nei Tribunali, le uniche sedi appropriate dove sarà possibile infliggere al fondamentalismo catalano, una dura lezione “pedagogica” che rimargini le gravi ferite inferte alla democrazia spagnola. In nessun paese al mondo, nota Savater, ai bimbi è negato il diritto di essere educati nella lingua ufficiale del loro paese, come invece accade al castigliano in Catalogna. Oltretutto, conclude Savater, i secessionisti catalani non hanno nemmeno recriminazioni di carattere economico da poter avanzare contro Madrid, perché la Catalogna riceve il doppio dei trasferimenti dal Governo centrale rispetto alle altre aree del paese ed a fronte di tanta ricchezza trasferita, risulta la regione più indebitata di Spagna. Non accettiamo il controllo di Madrid sulla nostra polizia. Irriducibile, Continua a leggere

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Minniti, per i Radicali sarà il primo caso di eutanasia legale in Italia

Gravissime violazioni del diritto internazionale in particolare della convenzione europea dei diritti dell’uomo e della convenzione di Ginevra ed anche della legge italiana, è questa l’accusa mossa a Domenico Minniti con un esposto-denuncia presentato alla Procura della Repubblica di Roma da Riccardo Magi. Dunque, la notizia criminis, per i Radicali italiani, sarebbe la repentina riduzione degli sbarchi di migranti nei nostri porti a seguito degli accordi firmati dal Ministro degli Interni con il Governo legittimo di Tripoli, riconosciuto dalle Nazioni Unite. Quest’ultimo infatti, in assenza di propri corpi organizzati di polizia, avrebbe assoldato le stesse milizie armate che controllano il territorio sin dalla caduta di Geddafi, a scopo di ristabilire l’ordine pubblico e rendere praticabili gli accordi raggiunti per ricevere quale contropartita, forniture, addestramento e finanziamenti a progetti di sviluppo economico promossi e concordati con i capi tribù che in sostanza sono le autorità più prossime a quelle che in Italia chiamiamo sindaci delle città. Ebbene, secondo le filosofie radicali, molto in voga tra i maitres à penser perfettissimi della finanza globalista che agita diritti per affermare interessi, le condizioni firmate da Minniti con l’aggravante dell’impiego di risorse pubbliche, sarebbero sconosciute al Parlamento ed all’opinione pubblica, per altro più interessata agli effetti rassicuranti che vengono dagli accordi con la nuova Libia di Al Sarraj ed Haftar, piuttosto che al destino dei migranti indotti a rientrare nei paesi d’origine dalle precarie condizioni di vita nei campi profughi. Dunque, dopo l’enorme sforzo compiuto per accogliere, sfamare e curare oltre seicentomila migranti dal 2014 in ragione di accordi segreti firmati senza alcuna informazione di dettaglio ai cittadini tanto meno una discussione parlamentare, dobbiamo sederci tutti sul banco degli imputati. Aver rallentato un flusso indiscriminato finito fuori controllo, sarebbe una ferita grave alla Costituzione ed alla tenuta democratica delle istituzioni, secondo questi signori, ineguagliabili campioni della moderna e lacerata società. Verrebbe quasi da ridere se non fosse che questa dei radicali è solamente l’ultima delle pratiche di sabotaggio per le quali tristemente il popolo italiano è restato vittima di sé stesso nel corso della storia remota come in quella recente. Visti i precedenti, c’è da sospettare che, anche stavolta, i paladini dei diritti profonderanno ogni energia a disposizione per scaricare la croce di un intero continente addosso alla piccola ed innocente Italia. E ci riusciranno, vedrete. Siamo diventati dei veri esperti dell’auto afflizione. Se non sarà italiana, fondato è infatti il timore che da qualche parte sia già in agguato una Corte internazionale la qualunque pronta a condannarci in nome e per conto di una anonima Autorità superiore decisa ad applicare la lettera di commi e cavilli di cui la gran massa dei cittadini ignora non solamente l’esistenza, ma anche i motivi per i quali la sola Italia debba essere richiamata fermamente a rispettare. Non vorremmo cadere in errore, ma avete notizia di una pronuncia od anche solo di una denuncia a carico della Germania che ha costretto la UE a pagare tre miliardi di euro alla Turchia di Erdogan, un dittatore, pur di bloccare il flusso di migranti verso l’Europa settentrionale? A noi, non risultano. Però una posta del bilancio italiano annota 330 milioni di quota parte in uscita per bloccare i migranti diretti in Germania. Dalla Mauritania al Ciad, passando per Mali, Burkina Faso e Niger, la Francia fa affari coi dittatoriAvete per caso notizia di cittadini francesi che lamentano presso i Tribunali violazioni sistematiche dei diritti umani nel Sahel da parte del loro Governo? Accade solo in Italia, Continua a leggere

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Elevato rischio sommosse, come i Servizi convinsero Minniti a fermare i migranti

Serpeggia un forte malessere in larghe fasce della popolazione, tra quelle che maggiormente hanno sofferto la crisi economica e che patiscono sulla loro pelle la sottrazione di ingenti risorse allo Stato sociale per finanziare gli aiuti agli ultimi arrivati. Nel paese si registra una tensione montante che rischia seriamente di trasformarsi in rivolta contro gli immigrati. A lanciare l’allarme già a febbraio 2017, non erano stati i titoli dei giornali per tirare le vendite, ma direttamente i Servizi di informazione per la sicurezza della Repubblica che nella loro ultima relazione al Parlamento rilevano circostanze e motivi che fanno comprendere gli umori reali del paese. La gente comune non capisce la maniera tollerante di procedere del Governo davanti agli incresciosi episodi di violenza e disagio manifestato dagli immigranti. La gente non ha solamente paura del terrorismo, ma è anche preoccupata della lenta metamorfosi sociale indotta dai nuovi arrivi. Mutamenti che vengono percepiti alla stregua di un restringimento progressivo ed inesorabile, del tradizionale campo di azione civile e consolidata modalità espressiva prima ancora che relazionale, delle comunità autoctone. L’esigenza più avvertita in questo frangente della storia italiana, è quella di avere un Governo determinato a dare risposte ispirate alle soluzioni dei problemi piuttosto che a concedere maggiori spazi di manovra ai fattori di instabilità ed insicurezza nella convinzione rivelatasi errata alla prova dei fatti, che questi possano autonomamente ritagliarsi uno spazio di adattamento e rassegnata accettazione della nuova condizione. La gente comune, quella maggioranza di lavoratori “ignoranti” di cui è composto un paese, fa fatica a comprendere ad esempio, come si possa coniugare la legalità formale di un Decreto di espulsione con la permanenza indisturbata di uno stesso soggetto indesiderato sul territorio dello Stato. L’analisi dei Servizi, consente facilmente di farci risalire all’origine dei toni preoccupati dal sen sfuggiti, a Domenico Minniti, detto Marco, il comunista figlio di un eroe volontario della guerra di Spagna. Toni che tante crisi di coscienza hanno procurato alla sinistra sofistica di governo, come alla sinistra problematica di accoglienza. Eppure, bisognerebbe sapere che nella vita di tutti gli Stati, ci sono momenti ineludibili nei Continua a leggere

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Davigo, un altro di quelli legge ed ordine regalati al progressismo disilluminato

..in Italia l’immigrazione è un fenomeno che non si è mai voluto controllare, politicamente sottintende Pier Camillo Davigo, ex Pubblico Ministero della squadra milanese di magistrati che diede corso all’opera di ricostruzione legale del sistema di governo e di amministrazione italiano, intervistato alla festa del Fatto quotidiano. Eravamo agli inizi degli anni ’90 e le parole d’ordine della destra nazionale che i partiti avevano bandito per cinquant’anni dal lessico di governo, finirono per dettare i titoli di cronaca e le intestazioni dei fascicoli giudiziari. Mani pulite infatti, pochi ricordano, era una delle felici espressioni con le quali Giorgio Almirante efficacemente sintetizzava le proposte di rifondazione della Repubblica dagli schermi delle tribune politiche condotte dal mitico Ugo Zatterin. Non compete alle ONG stabilire l’equipaggiamento della Polizia Giudiziaria tanto meno possono impedire che questa salga a bordo delle navi per i necessari controlli sulle popolazioni migranti che toccano terra sul suolo della Repubblica Italiana, Stato ancora formalmente sovrano. Incurante della nutrita platea illuminata venuta ad ascoltarlo, l’arcigno magistrato, il solo della squadra di “mani pulite” ancora in servizio, rivendica il dovere di far rispettare la Legge in ogni circostanza. Un altro di quegli uomini  fatti di “legge ed ordine” che la destra inopinatamente trascura e regala alla propaganda progressista in nome di un garantismo formalista issato a guisa di scudo protettivo del vecchiume di una dirigenza improponibile che la tiene separata dalle classi popolari pur numerose, ma che vivono ai margini della società. Classi popolari che la Lega riesce ad intercettare solamente in una parte del paese, dove maggiori e più avvertite sono le esigenze di sicurezza, giustizia e giusto ordine sociale. “Davigo fascista, sei il primo della lista”, recitava una scritta sul muro di fronte al suo ufficio di Torino intorno alla metà degli anni ’70 racconta il Consigliere di Cassazione. A differenza di Minniti, eccezione di natura, il profilo di Davigo sarebbe recuperabile alla causa del conservatorismo popolare di massa che non ha autorevoli figure di riferimento capaci da nord a sud di solleticarne gli istinti, ma di sviarne gli umori a migliore rassicurazione delle cancellerie europee e non solo. Eppure, è fatto oggetto di persistenti e sistematiche campagne denigratorie da parte di quelle forze economiche che, pur ridimensionate dal voto popolare, cercano con ogni mezzo a disposizione, di mantenere un ruolo che condizioni i governi siano questi di sinistra, siano questi di destra, negli interessi esclusivi e nelle posizioni soggettive di privilegio. Come se la lezione di Trump, Continua a leggere

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Non è Casaleggio l’uomo che sussurra a Di Maio

Parlano lo stesso dialetto e s’intendono a meraviglia Vincenzo Spadafora e Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera dei Deputati. I due giovani hanno anche altro in comune, nel curriculum di entrambi brilla l’assenza di un titolo di studio accademico. Luigi per la verità sembra di non aver ancora rinunciato a riempire la casella vuota rinviando il raggiungimento del traguardo al termine della carriera politica. Vincenzo invece, già nel 2013 denunciava un certo rimpianto. In ogni caso non gli sono mancate le grandi soddisfazioni, è stato infatti docente a contratto presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione
dell’Università La Sapienza di Roma, si legge nella biografia ufficiale; esperto in materia di pubblica amministrazione, valutazione di progetti e coordinamento delle attività istituzionali; ha ricoperto incarichi presso la Vice Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’Agricoltura e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali prima che Di Maio lo scegliesse per affidargli l’incarico di responsabile delle Relazioni Istituzionali. Ed è nelle relazioni che deve essersi rivelato un vero maestro l’uomo che sussurra a Di Maio se nella sua prestigiosa carriera, è riuscito ad accreditarsi presso la casta e l’anticasta con immutata autorevolezza e credibilità. Vincenzo Spadafora viene infatti da lontano, per arrivare a Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera dei Deputati e candidato in pectore alla guida dell’Italia con un monocolore a cinque stelle, pensate, è dovuto partire dall’UDEUR di Clemente Mastella. Roba da malox per lo stomaco delicato dei grillini. Poi conquista i Popolari, Rosa Russo Jervolino sindaco di Napoli, nel 2010 lo nomina Presidente della Municipalizzata Terme di Agnano finita in liquidazione. L’ascesa del nostro esperto però non s’interrompe. Viene notato infatti da Pecoraro Scanio che lo porta con sé nella segreteria dei Verdi e da qui il lancio definitivo con Rutelli che lo promuove a capo segreteria. Scoloriti i verdi, monta sul ronzino rampante di Montezemolo, Italia Futura, che non scenderà mai in pista e finirà per convergere in Scelta Civica di Mario Monti. Nel 2008 il portavoce del portavoce vice Presidente della Camera, diventa Presidente di UNICEF Italia. E non è finita qui, la collezione di incarichi continua. Renato Schifani Presidente del Senato e Gianfranco Fini allora Presidente della Camera, di comune accordo istituiscono il Garante dell’Infanzia e fanno di Vincenzino il primo Presidente.  Caduto nella polvere Fini e uscito di scena Schifani, nel 2013 arriva a furor di popolo il M5S per aprire Montecitorio come una scatola di tonno fa sapere Grillo. Luigi Di Maio, di professione “webmaster”, viene eletto vice Presidente della Camera coi voti del PD di Bersani e subito si mette a lavoro per esaminare i curriculum. Vincenzino Spadafora già che si trova, imbuca il suo curriculum nella rete grillina. Ed anche stavolta gli va bene. In fondo possiede tutti i requisiti del nuovo che avanza dal web in cerca di lavoro. Tra esperti digitali  è risaputo, il clic viene automatico. L’upload tra il client della casta ed il server dell’anticasta è velocissimo. Pochi secondi e l’upgrade è bello che completato. Continua a leggere

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Dove c’è amore c’è famiglia, il poliamore nella Chiesa di Francesco

La fantasia è arrivata al potere e si è impadronita della società. Ha utilizzato il grimaldello della libertà ed è riuscita a mettere sotto scacco la cellula fondante dell’organizzazione umana, la famiglia, come mai era accaduto in alcuna delle precedenti epoche storiche. Quei poteri veramente forti ben rappresentati dalle organizzazioni internazionali come l’ONU, con l’obiettivo di ridimensionare l’opera dell’uomo e ricondurlo al livello di ogni altro essere che popola la terra, animale o vegetale che sia, al fine di svilirlo per meglio governarlo, si sono avvalse di un complesso armamentario ideologico e propagandistico che va sotto il nome di “diritti umani” all’aborto, all’utero in affitto, al matrimonio tra persone dello stesso sesso, alla teoria del genere ispirato dai gusti e dalle preferenze di ciascuno ecc. ecc. Nuovi precetti inventati che hanno finito per essere ripresi e riconosciuti dai codici civili in virtù di una egemonia mediatica e culturale alla quale in pochi hanno avuto la forza e la tensione morale necessarie per opporsi. Messa sotto scacco dalla libertà, si è lasciato che la famiglia cristiana fosse confusa quando non completamente sostituita, dalla gradevole leggerezza dei sentimenti amorevoli di attrazione ed amicizia fino a giungere all’accreditamento sociale di quel vasto mondo relazionale che oggi va sotto il nome di “poliamore“. Che sia tra uomini; che sia tra donne; che sia tra uomini ed animali; quali che siano le condizioni date, lì dove c’è amore, si vuole che ci sia famiglia. Di fronte ad una simile, inimmaginabile confusione e disordine civico, la Chiesa fino a Benedetto XVI aveva saputo reagire e mettere un argine alla babele riappropriandosi dell’antropocene ammalata di eccesso di tolleranza per mezzo del Pontificio Consiglio della famiglia istituito da Giovanni Paolo II e presieduto dal Cardinale Alfonso Lopez Trujillo. Con fermezza e coraggio incontrovertibili, il gruppo di studiosi chiamati a ripristinare le distanze tra vizi e virtù, aveva saputo opporsi senza pudori malcelati ai “tanti Parlamenti e fori internazionali” che imprigionano l’uomo e gli negano l’ossigeno. Poi un giorno all’improvviso, è giunta la Chiesa di Francesco che nella Sua furia riformatrice ha spazzato via dopo trentacinque anni di onorato servizio, Continua a leggere

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Minniti e la sinistra che non è in natura

La sinistra esiste in natura, ama ripetere Bersani. Come a voler far credere che la sinistra non è la proiezione dell’immaginario nel mondo del reale, ma è quella idea che riflette l’ordine stesso della natura se non fosse intervenuta la mano dell’uomo a turbarlo. A prendere per buone le parole di Bersani, se ne può ricavare che la natura avrebbe compreso nel suo disegno imperscrutabile, lo spostamento di circa duecento milioni di persone dal continente africano alla penisola italiana dove ai malcapitati fratelli più fortunati, toccherà moltiplicare i pani ed i pesci necessari al loro sostentamento e spetterà, in nome dell’uguaglianza tra gli uomini, di compiere ogni sforzo per metterli a loro agio fino al completo annichilimento di tutti i tratti distintivi di una antica civiltà, quella greco-latina, che ha saputo avanzare nella storia fino a divenire essa medesima, presente storico. Rimasta orfana della classe operaia all’indomani del fallimento del sistema di socialismo reale posto in essere dal blocco sovietico, la sinistra non è stata più in grado di formulare una ipotesi plausibile di società ed ha afferrato di volta in volta la rappresentanza di ogni forma di disagio e disperazione pur di trovare nuove bandiere da garrire. Privata delle masse che si sono fatte borghesia nel frattempo, la sinistra si è votata a perseguire i sogni che gli venivano a portata di mano dalle minoranze, dagli omosessuali, dagli eutanasici, dai migranti abbagliati dalla luce della cometa europea del benessere a buon mercato che splende sugli schermi tablet e cellulari satellitari a diffusione di massa nel continente africano, complice anche l’arrivo di massicci investimenti cinesi. In Italia, più che negli altri paesi europei, la crisi della sinistra è diventata particolarmente acuta perché essa si pone un orizzonte tanto largo e lungo da avere la pretesa di possedere le soluzioni finali a tutti i guasti di questo mondo. Se infatti in Spagna, in Francia, in Germania i socialisti non si arrischiano di confondere i destini degli spagnoli, dei francesi, dei tedeschi con quelli del mondo intero, in Italia per mano dei sinistri, il destino degli italiani passa in second’ordine assumendo decisioni che nemmeno l’ ONU si sognerebbe di deliberare come quella di firmare accordi perché navi di mezzo mondo arrivassero nel Mediterraneo a raccogliere il sogno africano da realizzare in esclusiva sulle coste della nostra piccola penisola. Se si vuole comprendere come vive ed affronta i problemi la sinistra italiana, basta fare un breve passo a ritroso quando la necessità di emigrare affliggeva le famiglie italiane. In quegli anni la sinistra vedeva nel fenomeno una patologia della nostra società capitalista e chiedeva che fosse bloccato. Oggi, a distanza di qualche decennio, la sinistra si batte con ogni mezzo perché al contrario il fenomeno migratorio sia favorito ed addirittura rinvigorito dall’impegno di navi finanziate non si sa ancora bene da chi, come se l’Italia avesse tali e tante possibilità da potersi permettere di catalizzare le miserie dell’umanità intera e divenire una sorta di nuova terra promessa. Nella sua utopia sinistra, il pensiero progressista italiano ha confuso la politica con l’estetica e gettato nel Mediterraneo una vera e propria rete dei diritti a strascico il cui rispetto rigoroso della lettera esige dal solo popolo italiano tanto da rischiare di trasformarlo in quello che mai è stato nella sua millenaria storia, un popolo razzista per esasperazione. Rinchiusa nella sua bolla ideologica sospesa tra sogno e realtà, la sinistra italiana è anche la sola che in Europa non si cura delle conseguenze delle sue scelte quando queste si riverberano nel profondo del tessuto sociale, in ciò mostrando tutti i limiti di praticabilità di un disegno universalista immaginato purchessia, se è vero che anche la Chiesa di Francesco in tema di immigrazione indiscriminata si è vista costretta a fare un bagno di umiltà e possiamo solo immaginare quanto sia stato difficile il mea culpa delle Eminenze Vaticane,  travolte dai numeri che di miracoli non ne fanno, come è noto. Continua a leggere

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