sette italiani su dieci soccorrono il Governo del cambiamento sulle politiche migratorie

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De Mattia già direttore in Banca d’Italia, Savona sarebbe stato il più idoneo per il Mef

Per la potenza delle sue analisi economiche, Paolo Savona era tra i prediletti del Governatore Guido Carli racconta in un breve profilo radifonico Angelo De Mattia, già direttore centrale di Banca d’Italia. Quando sono stato assunto prosegue, mi sono reso subito conto del ruolo principe che Savona svolgeva al Servizio Studi. Affiancato da Antonio Fazio, lavoravano al modello econometrico che è lo strumento interpretativo basilare delle analisi economiche e delle proposte di Banca Italia. Sempre molto efficace e rigoroso, Paolo Savona ha ricoperto con onore tanti incarichi sia nel settore pubblico, sia nel settore privato dedicandosi sin da subito ai problemi della nascente Unione monetaria. Il suo approccio alla materia ha avuto sempre un carattere professorale mostrando una particolare attitudine per i meccanismi di funzionamento della Unione che orientava lungo i percorsi analitici tracciati da un altro grande Governatore, Paolo Baffi i cui ultimi scritti sugli scenari apeti dalla creazione della Unione monetaria risalenti al 1989, sono di una sconvolgente attualità. Savona ha una elevata capacità dialettica continua il direttore De Mattia, il suo livello culturale ed intellettuale sono tali da avergli fatto guadagnare la stima ed il rispetto della comunità accademica internazionale con la quale intrattiene proficui rapporti. A mio parere chiosa il direttore Angelo De Mattia, Continua a leggere

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Tria, discutiamo di Savona, ma sono le riforme ispirate dai tedeschi a minacciare la UE

Siamo qui a discutere sui problemi sollevati in un saggio scritto da Paolo Savona, evitiamo però di discutere dei pericoli portati alla Unione Europea dalle proposte di riforma dell’eurozona messe in agenda dagli economisti tedeschi. A parlare chiaro in viva voce è il neo Ministro, prof. Giovanni Tria che ha rimpiazzato all’Economia l’euroscettico Savona dopo il veto suggerito a Mattarella dalle pressioni internazionali sulla formazione del primo Governo eletto dagli italiani dopo sette anni ininterrotti di Governi eurocentrici, etero diretti sull’asse Berlino-Bruxelles. Il rischio che l’Europa si dissolva non viene dalle tesi del prof. Savona, ma dagli errori di calcolo strutturale nell’architettura europea e soprattutto dai meccanismi di funzionamento dell’eurozona, argomenta Tria che probabilmente nei prossimi mesi in veste di Ministro diventerà più prudente nelle sue analisi. In questo estratto dalla rubrica radiofonica “spazio transnazionale” di Radio Radicale del 28 maggio u.s. che vi proponiamo, lo potete ascoltare invece, senza peli sulla lingua. Non saranno le frustate di Savona, ma le sue parole sono in ogni caso delle bacchettate all’avida dottrina di bilancio tedesca. L’Europa è giunta ad una situazione di stallo osserva il prof. Tria, tra coloro che vorrebbero una maggiore condivisione del rischio con l’obiettivo di raggiungere l’unità politica, base necessaria per reggere una moneta unica, e quanti sostengono che il problema è di rimettere ordine nel bilancio dei singoli paesi perché diversamente, ogni altro intervento verrebbe ad interferire con la disciplina di mercato. Savona, ribadisce Tria che oggi è Ministro della Economia, è convinto che l’euro può funzionare solamente in una sostanziale struttura di Unione politica altrimenti, ciascun paese si pone in competizione con tutti gli altri. Addirittura, sottolinea Tria, abbiamo assistito ad un paese europeo che senza consultare gli altri componenti dell’Unione, ha lanciato i suoi caccia bombardieri sul nord Africa dichiarandoci guerra per interposta persona. I danni che ci ha procurati sono sotto gli occhi di tutti e sono di gran lunga maggiori dello sforamento del deficit. Piuttosto che mettere in discussione queste problematiche di funzionamento del sistema, l’Italia negli ultimi anni ha approcciato le trattative ai tavoli europei nell’ottica semplicistica della comprensione per le sue deficienze perché le venisse accordata maggiore flessibilità di spesa, per giunta a debito. Dunque, questioni sostanziali di principio si possono intuire dalle parole del prof. Tria che pone il problema imminente del Fiscal Compact, cioé il Trattato intergovernativo di applicazione delle regole di bilancio che i tedeschi vorrebbero acquisire all’ordinamento della Unione Europea. In altre parole, i tedeschi vogliono creare un vincolo fiscale nell’ordinamento europeo senza riconoscere all’Europa una sovranità politica. L’imposizione fiscale, sottolinea invece il prof. Tria, è propria della sovranità. Le tesi di Savona infatti che tanto hanno allarmato l’asse Berlino-Francoforte-Bruxelles, colgono nel segno il problema: la sovranità nazionale si può cedere esclusivamente ad una sovranità sovranazionale, non certamente ad un algoritmo di regole automatiche che ci porta a sbattere. Tria riconosce che l’Italia ha un macigno grande che è quello del debito che però tutte le stime degli economisti internazionali valutano sostenibile anche perché fin qui è stato sempre onorato. Il debito italiano diverrebbe insostenibile solamente se qualcuno incrinasse la fiducia dei mercati alludendo ad un eventuale default. Tria solleva dubbi sull’analisi dei tedeschi circa la neutralità delle regole del Fiscal Compact. Queste ultime infatti provocano effetti differenti sulle economie dei paesi più indebitati rispetto a quelli che hanno un debito inferiore. Su questo punto l’Italia deve battere in Europa piuttosto che sulla flessibilità. Da venticinque anni rileva Tria, l’Italia ha un avanzo primario quindi non è un paese spendaccione, ma la competizione con i “partners” europei e segnatamente con la Germania non avviene su di un piano paritario perché la spesa per interessi è enorme a nostro sfavore. Ciò a dimostrazione che non è possibile prevedere regole uguali per tutti, l’impegno del Continua a leggere

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La Germania teme la fregatura e la cupola di Bruxelles fa sapere di stracciare i miniBot

Il miniBot non è una moneta parallela vietata dai Trattati. Tecnicamente si tratta di “credito” cartolarizzato non di maggiore debito precisa Claudio Borghi, tra gli economisti che hanno aiutato Salvini e Di Maio a trovare le coperture ai tagli ed alle maggiori spese concordate nel contratto di Governo. Stampato dalle tipografie della Lotteria nazionale, il miniBot sarà un semplice strumento per gli scambi commerciali sul modello dei “buoni-pasto”: titoli garantiti da una società, esigibili dagli esercenti per convenzione volontaria. Analogamente ai “buoni-mensa”, i miniBot saranno titoli di piccolo taglio garantiti dallo Stato che certificheranno i debiti delle Pubbliche Amministrazioni già in essere, quindi non saranno titoli di altro debito da sommare alla montagna di debito che grava sulle finanze pubbliche  Qualcosa che ricorda da vicino il fenomeno dei miniassegni che si sviluppò negli anni ’70 od anche quello spontaneo dei gettoni telefonici coniati dalla Società Italiana pubblica della telefonia (SIP), del valore equivalente al costo di una telefonata urbana (£ 200), utilizzati per consuetudine nelle piccole transazioni tra persone come strumento monetario spicciolo. Nei piani del Governo verdeoro,  i miniBot saranno titoli al portatore con i quali lo Stato salderà i suoi debiti coi privati e con le imprese che li accetteranno. Non sarà dunque, ribadisce Borghi, una moneta di scambio obbligatoria, ma potranno avere corso tra privati e società per scambiare ed acquistare beni e servizi. Orbene, nonostante le puntualizzazioni, con un editoriale spacciato per analisi economica apparsa sul Financial Times e di cui siamo in grado di proporvi il testo integrale in inglese e la traduzione purtroppo solamente in modalità automatica, la cupola di Bruxelles si è messa in allarme ed ha fatto sapere che la Germania è molto risentita della proposta, teme di essere raggirata da questo nuovo strumento di pagamenti paralleli all’euro che permette di scongelare i capitali detenuti dalle aziende e dai privati presso le Pubbliche Amministrazioni e dunque presso lo Stato, agevolando gli scambi e rischiando di far esplodere il PIL. Nel qual caso la Germania, nostra diretta concorrente nelle esportazioni, verrebbe minacciata da una nostra eventuale ripresa economica su larga scala. L’idea dei miniBot non sarebbe nemmeno nuova secondo il Foglio della finanza globale, anche la Grecia di Varoufakīs provò a metterla in atto e la storia finì come è noto a tutti: Continua a leggere

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Mattarella, la sovranità appartiene all’Europa

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Mattarella non vuole scaricare B, pensa ad un Governo smart

Mattarella non vuole scaricare B. Sta pensando infatti ad un Governo “smart” guidato da una donna che manderà alle Camere perché raggranelli quanti più voti possibili, sostituisca Gentiloni e ci accompagni alle urne in ottobre. L’aumento dell’IVA è da scongiurare, sia pure in deficit. Erano quattro le scudiere arruolate dal Colle per la missione impossibile. La Severino però è invisa a B per via della Legge che porta il nome dell’ex Ministro di Mario Monti e che lo ha reso incandidabile, dunque è stata depennata dalla rosa delle preferite per Palazzo Chigi. Ne restano tre. La Cartabia sarebbe la fortunata prescelta da Mattarella, se non fosse che il suo mandato alla Consulta è ancora lungo. Ci sarebbe poi la Reichlin per tenersi buona Bruxelles, il suo rigore però di economista che mette i mercati sopra ogni cosa, non la rende particolarmente adatta a rispondere alle attese uscite dalle urne del 4 marzo. Rimane la Casellati. Il Presidente del Senato riceverebbe sicuramente l’appoggio in aula di Forza Italia ed anche la Lega sarebbe costretta a votarla. Con la Casellati il nuovo Governo avrebbe un orizzonte appena un pò piu’ largo delle altre candidate. Anche se trovare una soluzione alla crisi è quasi impossibile, secondo Massimo Cacciari, per lei Mattarella avebbe deciso di chiedere al PD di votargli la fiducia se sarà prescelta. Infine, risulta sempre in lista prezzemolino buono per ogni minestra, Cantone, al quale nemmeno i cinquestelle potrebbero rifiutare la fiducia. Difficile, difficilissimo che domani dalla porta alla vetrata uscirà l’incaricato di un Governo politico, a meno di un clamoroso voltafaccia di Salvini a B. In questo caso il rischio di dilapidare il formidabile patrimonio di consensi costruito dalla Lega nel nord Italia sarebbe molto alto dopo gli avvertimenti in stile europeo lanciati dalla “cupola” di Bruxelles che non vuole al Governo la Lega senza il guinzaglio di B e soprattuto non la vuole in accoppiata col M5S. Quella dell’Italia è una sovranità limitata per costituzione si sa, ma da quando siamo nell’euro non siamo più padroni nemmeno del nostro portafogli: un Governo Salvini-Di Maio avrebbe le stesse chances di sopravvivere che ebbe il Governo Tsipras-Varoufakis in Grecia. Un Governo comunque si farà. B è da tempo all’opera. Lui e Renzi temono le urne più di Mattarella per altro molto preoccupato non tanto della bocciatura di una sua esploratrice mandata a cercarsi la fiducia in aula, quanto degli esiti probabili di eventuali nuove elezioni che sicuramente troverebbero i mercati pronti in agguato. Dodici grillini professionisti affermati nel mondo del lavoro, sarebbero già con un piede sulla soglia di uscita dal Movimento. Si dicono stufi di essere censurati dallo “staff” della comunicazione e non reggono più le puerili strategie del capo politico. A questi starebbero per aggiungersi numerosi altri. In caso di un Governo di tregua sostenuto dal centro-destra con prospettive di durata superiori ai due anni, siccome Continua a leggere

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Non si vota, quello di Mattarella sarà un Governo tampone

Che il voto in Friuli abbia dato una spinta poderosa all’ipotesi di nuove elezioni, è innegabile. Le urne friulane hanno consacrato Salvini padrone assoluto del centrodestra. Il PD ha sì retto al tracollo, ma col terzo ritorno in campo di Renzi, o si rassegna a chiudere il forno del M5S, oppure il ganassa è deciso a marginalizzarlo e fondare il suo nuovo partito macroniano. Messo all’angolo, Di Maio chiede di restituire la parola agli italiani e votare subito. In realtà, ha sentore che i neoparlamentari grillini a stipendio fisso, stiano maturando la decisione di migrare verso le chete sponde responsabili del gruppo misto. Di votare a giugno non se ne parla, infatti. Mattarella ha tracciato due ipotesi sul tavolo alla vetrata dove attenderà gli esiti della direzione PD: un Governo balneare che a malincuore ci porterà al secondo turno delle politiche di settembre prossimo; o un Governo di tregua guidato dal Presidente della Consulta e con tutti dentro che scavalli il 2018 e ci porti alle urne nel 2019 dopo aver approvato la Legge di Stabilità ed una nuova Legge elettorale con premio di maggioranza. Alla lista od alla coalizione, ancora non è dato sapere. Siccome in Italia la qualità della democrazia è quella che è: il Governo non lo decidono gli elettori, Costituzione alla mano, tutto lascia pensare che Mattarella abbia già in serbo un Governo tampone che mantenga in vita le Camere appena elette ed affronti per quanto possibile, le urgenti scadenze economiche e politiche. Il M5S dovrà farsene una ragione. Tutti per uno, uno per tutti. In difesa di Di Maio,  Di Battista ha chiamato la base a fare quadrato, ma gli iscritti non ci stanno. Denunciano il fallimento su tutti i fronti del candidato premier e criticano i suoi toni concilianti con gli apparati. Una democristianizzazione anacronistica che se da un lato rassicura il sistema, dall’altro getta nella delusione e nello sconforto l’originario spirito movimentista e sobillatore degli iscritti. La sconfitta molisana e l’emorragia friulana hanno Continua a leggere

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un tempo cenavano al ristorante gli italiani, oggi che votano male, Silvio li getta tutti al cesso

Pochi anni sono trascorsi da quando Silvio vedeva gli italiani cenare tutti al ristorante: siamo un popolo di benestanti che fa la coda al “ceck in” e vola in vacanza. La realtà è ben diversa da come la descrivono, amava ripetere per esorcizzare la crisi che mordeva e mandava in miseria larghe fasce della popolazione. Oggi che invece hanno imparato a “votare male”, quelli stessi italiani che dava per felici e soddisfatti, sono diventati disoccupati, inetti ed incapaci, buoni al massimo a pulire i cessi. Messo di fronte al rigetto delle urne ed al rifiuto reiterato della sua merce avariata, il piazzista è venuto fuori per quello che è: un saccente che ha saputo contrabbandare a lungo l’ipocrita sintonia con le masse offrendo di sé il profilo da simpaticone votato al bene, capace di includere e fidelizzare con ogni mezzo quanti ne fossero esclusi. In realtà, col suo scazzo impotente ha rivelata tutta quanta l’invidia profonda che nutre pel giovane Salvini che si è bene preparato negli ultimi anni ad accompagnarlo al tramonto egemonizzando culturalmente e socialmente l’area del versante consevatore. Inconsapevole, il vecchio con il suo sbotto contro i disoccupati, ha finito per piegarsi alla realtà dei numeri sempre negata: quei giovani sfaccendanti che malvolentieri metterebbe a pulire i cessi delle sue aziende, si sono riuniti in partito e a far bene di conto, sono la maggioranza degli italiani in attesa di futuro. Figli di quella classe media che venti anni fa votava per l’uomo dei miracoli. Un blocco sociale che rappresenta un terzo totale della popolazione italiana e di gran lunga la maggioranza della popolazione attiva in età da lavoro. Improponibile, anche solamente l’ipotesi che la Lega possa mantenere ai margini una intera generazione per assencondare le trame e gli intrighi di una gerontocrazia che ha rimesso  la tutela dei suoi interessi nelle mani delle oligarchie bruxellesi di cui il PD si è fatto garante per l’Italia. Il ganassa ed il caimano messi in allarme dai sondaggi infatti, addivenirono ad un accordo e partorirono il rosatellum giustappunto per neutralizzare le energie vigorose del cambiamento che salivano alla ribalta del paese migliore. Quello orchestrato con una legge elettorale paralizzante, fu un raggiro ai danni della Lega di Salvini che la votò in Parlamento presa dalla smania di misurarsi al più presto nelle urne ed una vera e propria truffa politica malriuscita ai danni del M5S guidato da Di Maio. Nei sondaggi del dopoelezioni, il PD registra un calo progressivo ed è stimato intorno al 15%. Forza Italia si approssima alla irrilevanza politica, è data sotto il 10%. La chiarezza del messaggio faranno di Lega e M5S la nuova destra e la nuova sinistra del futuro. Forza Italia e PD sono quelle che i politologi definiscono rappresentanze moribonde. L’analisi dei flussi elettorali, indica che Continua a leggere

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Travaglio a sinistra, se anche il PD resiste alle avances di Luigi, Dibba prepara il gran ritorno

Il Fatto al mattino e LA7 in serata, sono quotidianamente impegnati in un doloroso Travaglio perché il M5S partorisca un Governo coi perdenti e ci rifili più Europa e ius soli sdegnosamente soffocati nelle urne elettorali del 4 marzo u.s. Ma si sa, gli illuminati globalizzatori lavorano indefessamente da anni per fare dell’Italia un paese civile, aperto alle scorribande finanziarie e sociali di tutti quelli che passano, da ovunque arrivino e quali che siano i motivi e le ragioni che li portano su questa piccola lingua di terra protesa nel Mediterraneo. E sì che sono in allerta, hai visto mai che un Governo con dentro la Lega rispedisca a casa i nuovi italiani che studiano alla libera università del terrore avendo la buona accortezza di non regalare loro un passaporto senza né meriti, né convinzioni? Con la Lega o con il PD indiferrentemente, noi dobbiamo fare cose per il Paese ci fa sapere la Taverna, neo vicepresidente del Senato che, giusto per restare in tema di giovani che si applicano allo studio, tiene ad informarci che gli mancano solamente cinque esami al conseguimento della Laurea in scienze politiche. Indubbiamente un segnale confortante per l’ottimo livello raggiunto nelle classifiche mondiali dal nostro sistema accademico. Infatti, che sia ius soli col PD o che siano rimpatri assistiti con la Lega, poco importa al M5S, purché a Palazzo Chigi c’arrivi il simpatico Luigino sette bellezze. Che la sinistra non c’entri nulla con i grillini e che la sola alleanza naturale sia quella con Lega, lo dice un esperto come Carlo Freccero, nominato nel CdA Rai dallo stesso M5S, ma poco importa. La mobilitazione generale dei poteri infomativi è preventivamente scattata per scongiurare che le due sole forze antagoniste unite per contratto possano arrivare nella stanza dei bottoni e far saltare i tavoli europei già belli che apparecchiati dal duo franco-tedesco. Il futuro del movimento secondo Freccero, si gioca a Bruxelles dove bisogna che il capo politico del Movimento impari a contare come Macron e non faccia da ancella alla Merkel stemperando ogni tratto originale. Finirebbe per estinguersi come un Monti od un Letta qualsiasi. Casaleggio senjor non avrebbe mai trattato col PD, dunque Di Maio dev’essere veramente arrivato alla disperazione se, pur di sedersi sulla poltrona di Palazzo Chigi, ha assunto come consigliere il vecchio Napolitano ed implorato i perdenti di sotterrare l’ascia di guerra. Questo però è quanto accade in pubblico perché in privato, riferiscono i bene informati, Di Maio conserva un canale di comunicazione privilegiata con la Lega. Salvini pare gli abbia fatto giungere all’orecchio un messaggio rassicurante: quale contropartita di un contratto quinquennale di Governo penserà lui a sistemare il vecchio B accompagnadolo al tramonto politico con la garanzia che non gli sarà toccata la roba a cui tiene veramente: le sue aziende. Quale destino toccherà a Di Maio? Non è riuscito a spaccare il fronte destro, se anche il PD dovesse resistere alle sue avances nel movimento stanno già preparando il grande ritorno di Dibba. Si cominica così a delineare un quadro più preciso del progetto politico cinquestelle. La disponibilità a Continua a leggere

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Di Maio imbarca Forza Italia nel Governo solo in cambio della buonuscita di B dalla politica

Il Governo si farà, non prima dell’estate però. Dal Colle lasciano trapelare che Salvini e Di Maio sono già d’accordo, ma attendono che le Regionali prima e soprattutto i sette milioni di italiani chiamati a votare per i Comuni il prossimo 10 giugno, sedimentino nelle urne il nuovo bipolarismo Lega/M5S. Nel frattempo, il Parlamento uscito depurato del vecchio sistema eurucentrico PD/Forza Italia il 4 marzo ultimo scorso, approverà alcuni provvedimenti di immediato favore popolare e la cancellazione dei vitalizi. Tutto si potrà fare con il consenso della maggioranza degli italiani, resta però ancora da verificare la tenuta dell’intesa dell’esecutivo pentaleghista in gestazione e la sua capacità di risposta alla nuova letterina minatoria recapitata dall’Europa proprio nel mentre che gli italiani si recavano ai seggi per mandare a monte i piani di sottomissione preparati dai criptosauri franco-berlinesi. In parole povere, quale che fosse il nascituro Governo, smaltiti i postumi della sbornia elettorale, Bruxelles ha ordinato che l’Italia, per forza o per buona voglia, dovrà irregimentarsi nei vincoli di bilancio e di abbattimento del debito con tagli di spesa o maggiori entrate. E qui si parrà la nobilitate del MatteoLuigi. Il timore di una metamorfosi della protesta non è poi così lontano dal potersi realizzare sotto la morsa del ricatto finanziario. Scotta ancora infatti, sulla pelle dei greci, la conversione inverosimile di Tsipras dal favore delle masse, al patto con le diaboliche istituzioni monetarie. Molto è nelle mani del giovane Di Maio che in Italia sembra tenere il punto: nelle ultime ore pare abbia maturato l’idea di piegarsi alla democrazia dei numeri  imbarcando Forza Italia nell’esecutivo pentaleghista in cambio della buonuscita di Berlusconi dalla politica. Lo attendono però prove molto dure in Europa dove le sirene macroniane suonano dolci e soavi alle orecchie di un giovane frastronato dalla notorietà improvvisa. Dovesse impuntarsi per esempio, sulla poltrona di Palazzo Chigi, l’Europa sarebbe ben felice di Continua a leggere

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