Jerusalem embassy act, Trump capace di trasformare Francesco in un conservatore

Fu Bill Clinton nel 1995 a promulgare il Jerusalem embassy act, con il quale gli Stati Uniti d’America riconoscevano Gerusalemme capitale dello Stato di Israele ed assumevano l’impegno di trasferirvi la propria rappresentanza diplomatica. Eppure è bastato solamente un annuncio a Donald Trump, per ritrovarsi contro la totalità dei mezzi di disinformazione che oramai decidono autonomamente l’agenda globale dei preferiti alla quale si allinea la cosiddetta comunità internazionale con in testa la pletora di Organizzazioni impegnate nell’osservare inermi ed assecondare compiaciute, l’ordine mondiale dettato dalla forza prepotente del terrorismo liberticida. Fatta eccezione per le Filippine e la Repubblica Ceca che si sono naturalmente unite ad Israele, tra i contendenti in campo la sola forza democratica in grado di assicurare il rispetto e l’esercizio dei diritti dei Credi che rivendicano Gerusalemme come luogo Sacro di iniziazione e di Fede, Trump li ha tutti contro, compreso la Russia di Putin. La forza della sua repentina decisione di rompere ogni ipocrita indugio e dare il via alla soluzione dei problemi incancreniti del medio oriente, è stata così dirompente da riuscire a trasformare in un perfetto conservatore dello status quo Francesco, il campione riconosciuto per antonomasia delle moderne rivoluzioni dottrinarie. Sentirsi rassicurati che la culla di Cristo resti ostaggio di hamas piuttosto che sia mantenuta libera e custodita in sicurezza dai fratelli maggiori israeliti, resta un mistero della fede. Una sorta di miracolo moderno a cui è impedita la comprensione dei comuni mortali. Comunque, pare che gli animi si stiano calmando dopo le prime sassaiole a comando, frustrati anche dal vedere i razzi disinnescati in volo da iron dome, il sistema quasi infallibile che intercetta i missili iraniani Qassam sparati da Hamas e dagli Hezbollah appostati nel sud del Libano. Spente le luci  della ribalta, Trump ha firmato un altro decreto di rinvio. Quelli che si guardano l’ombelico allora hanno spostato l’attenzione chiedendosi impauriti se l’Italia avesse seguito l’alleato americano e gettato le premesse per spostare la sua legazione da Tel Aviv a Gerusalemme quasi che ai Continua a leggere

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Dormire con Gentiloni o tagliare le tasse infischiandosene dell’Europa M&M

Dalla borghesia intellettuale, agli industriali, alla finanza, sono tutti in allarme. Fascisti, grillini e Lega sono impazienti di raccogliere nelle urne il giudizio degli italiani, che invece spaventa tutti coloro che hanno rendite e posizioni di sfruttamento da tutelare. I detentori dei poteri reali sono alacremente impegnati ad appuntare, argomentare, mettere in guardia dai pericoli che correrebbe la democrazia e dalla catastrofe economica nella quale l’Italia potrebbe incorrere se al Governo giungessero le forze di alternativa a questa Europa mondialista appiccicata insieme dal collante monetario. Dopo la Brexit e Trump, si è messo anche il crollo del muro della stabilità tedesca ad aggravare le preoccupazioni, a conferma che le minacce concrete agli apparati dei poteri rassicuranti costituiti all’ombra delle grandi organizzazioni sovranazionali, arrivano proprio dalle urne. La democrazia non ha più religione. E’ evidente. De Benedetti prova a farsi coraggio. Deluso da Scalfari sorpreso ad amoreggiare con Di Maio; scosso dall’isterismo di Renzi; caduto nel ridicolo Dalema e con un Berlusconi che ripete le stesse cose da ventitre anni come un Portobello sul trespolo, l’ingegnere punta le sue fiches su Gentiloni, la forza tranquilla che più di tutti gli altri lo farebbe sentire al riparo dal freddo che sta per arrivare sul vecchio continente al tramonto dell’era Merkel. Popolo od élite brussellesi, alle prossime elezioni si deciderà se mettere l’Italia nelle mani della premiata ditta M&M (Merkel e Macron), o ritrovare un destino da protagonisti al quale per altro l’UE ci ha già da tempo abbandonati, lasciandoci protagonisti unici alle prese coi migranti e con un debito che non ha la benché minima intenzione di mutualizzare. Difficile darla a bere agli elettori spiegando loro che fuori di questa Europa non c’è vita se fino ad ora che siamo ancora dentro,  ne abbiamo ricevuto in cambio solamente problemi, fallimenti, divieti e rampogne. L’Europa di Bruxelles ci ha intrappolati in un reticolo di vincoli e principi inderogabili dal quale venire fuori sembra impossibile senza pagare lo scotto di una dolorosa e profonda ferita da mutazione innanzitutto culturale, poi sociale ed economica. E non parliamo solamente di immigrazione, problema per il quale l’Europa dapprima richiama tutti i paesi membri ai più alti principi di civiltà, poi pretende di risolvere facendo del nostro territorio il centro di raccolta continentale, consapevole che per tutta una serie di motivi, non ultimi anche di carattere storico, siamo il ventre molle sul quale poter agilmente impiantare ogni idea sperimentale programmata a tavolino: dai governi fantoccio eterodiretti dalle istituzioni monetarie internazionali, alle sostituzioni di genti e tradizioni pena la minaccia di razzismo ad ogni cenno di contestazione. Prendiamo ad esempio la vasta riforma fiscale che salverà Trump e l’America. A restare dentro l’Europa a trazione finanziaria, sarebbe impossibile sia farla in deficit come ipotizza il ganassa, sia immaginando di poter tagliare la spesa per investire in un reddito universale come sognano i grillini. Infischiandosene delle regolamentazioni europee, una strada per Continua a leggere

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La fine della madre e la mascolinizzazione progressiva della donna

L’invidia maschile per la misteriosa trascendenza femminile che eleva la donna alla condizione di genitrice esclusiva della vita, può spiegare anche sotto il profilo antropologico, le pratiche di asservimento esercitate dall’uomo nel tentativo di ricondurre sotto il suo controllo questa straordinaria e magica dote di cui la donna dispone. Ai nostri, che si vogliono tempi moderni, si è invece lasciato credere che quella fosse uno stato di diseguaglianza inaccettabile piuttosto che un vero e proprio talento di genere. Quasi una ingiusta mortificazione  da alienare per poter trovare una via di emancipazione percorribile: la ricerca dell’affermazione personale ispirata a modelli emulativi di progressiva mascolinizzazione della donna che poi l’avrebbero condotta ad assumere ruoli sociali di vertice. Posizioni che in ultima analisi si sono rivelate sterili, prive di poteri di controllo reali dell’io, perché appiattite su archetipi maschili. La sovrapposizione femminile ha indotto la parallela svirilizzazione del maschio e la nascita univoca di un individuo neutro, diviso tra lavoro e diletto irresponsabile. Paradossalmente un prodotto di successo di quello stesso mercato di cui tante femministe si professavano acerrime nemiche. Azzerata ogni differenza con il maschio, la donna ha pensato di poter trovare la strada della piena realizzazione sacrificando il suo tempo attivo sull’altare del lavoro. L’aborto e più ancora gli anticoncezionali sono stati gli strumenti fondamentali per immolare la maternità ai demoni del denaro e del potere. Non è quindi un caso se le Continua a leggere

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le democrazie sono cadute in letargia, oggi Cina e Russia scrivono la storia

La storia non è finita, ma nel mondo globalizzato a scriverla non sono le democrazie liberali come si pensava, quanto piuttosto i regimi forti. Alla caduta del muro di Berlino si ipotizzò che la democrazia liberale conosciuta in occidente, fosse la forma definitiva di governo alla quale tutti gli Stati avrebbero teso se avessero voluto intraprendere la via dello sviluppo economico. Così non è stato. Le previsioni ottimistiche degli ideali universali sono state sovvertite. Oggi la storia sul piano globale la scrive la Cina, una Repubblica popolare a partito unico i cui tassi di sviluppo sono ineguagliabili dalle potenze industriali tradizionali ed i cui prodotti hanno invaso i mercati dell’intero pianeta; la Russia di Putin invece sta scrivendo la storia geopolitica contemporanea con le sue incursioni digitali nella vita interna dei vecchi Stati democratici e con l’esercizio della forza quando serve, come sullo scenario medio orientale per ristabilire la sicurezza internazionale; in Georgia ed in Crimea per ridefinire le aree di influenza ai confini dell’ex impero sovietico. Divise e confuse, le democrazie liberali si sono assopite e progressivamente ritirate. L’America di Trump ripiega, ad onor del vero bisogna riconoscere che l’arretramento era già iniziato con Obama. Resterebbe l’Europa, che però è ben poca cosa. Priva da sempre di velleità ed aspirazioni globali, l’Europa si macera in discussioni e dibattiti sulla costruzione di diritti universalistici dagli sterili toni accademici, per i quali manca dei necessari strumenti di persuasione che pure l’America aveva quando con i Bush ed i Clinton ha fallito la missione che si era data di esportare con ogni mezzo la democrazia ed i diritti umani in paesi e tradizioni attardate nelle lotte tribali e nelle guerre di religione. Se finanche la solida Germania che pure dovrebbe guidare il vecchio continente, alle recenti elezioni ha scoperto l’incertezza politica con la Merkel che ancora non è riuscita a rabberciare una coalizione di governo di forze eterogenee, sta a significare che la democrazia liberale è in evidente affanno. L’equazione democrazia=sviluppo e benessere non risulta dimostrata anzi, il protagonismo cinese sul piano globale dovrebbe chiarire ai sapienti d’occidente che l’Africa ed il medio oriente se non fossero accecate dai bagliori effimeri di una Europa accogliente e premurosa, avrebbero tutte le possibilità di trovare al loro interno una via alternativa per dare uno spiraglio ai giovani disperati che rincorrono il purgatorio della benevolenza altrui, rinunciando a costruire il futuro e l’emancipazione delle società nelle quali loro malgrado nascono. Gli avidi investimenti della Cina in Africa, incuranti dell’inutile baccano delle plenarie ONU e lontani dal peloso elemosinare delle organizzazioni caritatevoli internazionali, tra qualche anno cominceranno a dare frutti e profitti aprendo a terra e non in mare aperto, la strada ai vigorosi giovani africani che gli Continua a leggere

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Internet ha cambiato verso alla storia scritta per noi, ora va chiusa

Finché internet ha tessuto la rete della grande bellezza andava tutto a gonfie vele. I Governi e le classi dominanti non eccepivano alcuna riserva. Digitale, connesso e cosmopolita, l’uomo nuovo prendeva forma nel mondo del futuro come l’avrebbero voluto. Bastava un clic per mettere tutti d’accordo sulla nuova economia senza confini e barriere anche quando la frequenza automatica degli algoritmi metteva in ginocchio interi settori del lavoro e della produzione di beni e consumi. Poi ad un certo punto la gente comune, quella massa che fatica e soffre quotidianamente per vivere, ha preso confidenza con lo strumento e si è mossa. Ha compreso che in rete poteva diventare protagonista. Si è informata, ha ragionato, ha rigettato ogni conformismo benpensante ed è diventata essa stessa radio, TV e giornali. Agili, veloci, pronte a smentire e confutare, le nuove testate fatte di ficcanti e capillari pagine facebook, twitter, blog, forum e siti internet, sono sfuggite al controllo della omologazione ideologica ed hanno preso a testate il potere. Dopo lunga gestazione le opinioni pubbliche finalmente libere da condizionamenti e pressioni ideologiche, hanno partorito Trump in America e la Brexit in Europa. Apriti cielo. Non piacciano alla gente che piace. Sono saltati i piani di egemonia e controllo del pensiero. Adesso il nemico numero uno è la rete che si è ribellata ai padroni. Divenuta matura, la rete non segue più le indicazioni e gli orientamenti imposti dagli illuminati che credevano di avere finanziato strumenti di governo globali, ma si riprende i clic e ritrova il suo destino naturale. Quelli che conoscono bene l’odio per averlo lungamente propalato nei vecchi mezzi di comunicazione e praticato nelle strade e nelle piazze, da qualche mese sono in allarme. Sentono che la rete si stringe al collo sempre più stretta, li incalza fino a soffocarli e smaschera le loro menzogne. Imbarazzati non trovano altri rimedi che la demonizzazione dell’arma letale che ha cambiato verso alla storia così come Continua a leggere

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Milena Gabanelli, l’alternativa di sistema Italia

Giudici, migranti, banche, informazione. Su ogni tema Milena Gabanelli ha avuto ed ha una alternativa di sistema da offrire al paese. Una via da percorrere per risolvere in concreto i problemi dell’Italia. Quale che sia l’ambito di riferimento, conoscenza, competenza, capacità avvalorate dai risultati conseguiti nelle precedenti esperienze, sono requisiti imprescindibili dai quali nemmeno il giornalista può pensare di derogare quando assume un incarico. Qualità che in Rai come nell’intero sistema pubblico italiano, la lottizzazione politica impedisce di tenere nel giusto conto procurando “disastri enormi” e disinformazione, secondo questa sessantenne emiliana semplice e un po’ speciale. Facile salire in cattedra dagli schermi TV, difficile scendere e dare un segnale di coerenza rinunciando ad acconciare le proprie idee in ragione delle opportunità. Coi tempi che corrono, quante italiane si sarebbero  poste in aspettativa senza stipendio  e poi dimesse senza averi? Sicura del suo approccio sistematico, la Gabanelli confessa di aver molto sofferto nel corso degli anni ad essere considerata una donna di sinistra per il solo fatto di lavorare al terzo canale Rai. Ciò che per lei conta veramente è la bravura che si mostra nel condurre a termine il proprio lavoro. La competenza è un criterio che deve valere quale che sia la professione da svolgere, a maggior ragione la competenza deve ispirare l’impegno politico e la funzione giudiziaria. Hanno sorpreso e non poco ad esempio, le convergenze con Minniti sulla questione delle migrazioni. Per altro la Gabanelli sul tema prende le distanze dalle ignoranze smaccatamente egoistiche della destra, pur sottolineando che non ci si può affidare all’estremismo umanitario della sinistra per governare un fenomeno tanto complesso. Quello che va sicuramente smantellato secondo Milena Gabanelli, è il sistema dell’accoglienza che delega alle onlus compiti e ruoli che in Germania e nel nord Europa sono svolti dallo Stato. Oggi la metà circa dei migranti sbarcati in Italia ed affidati alle cooperative, fa perdere le sue tracce perché sa di non aver diritto ad alcuna protezione internazionale e quindi, sono soggetti che non saranno mai integrati. Nel frattempo però, le coop continuano ad incassare quaranta euro al giorno anche se degli ospiti si è persa ogni traccia. Se invece i migranti fossero accolti direttamente in edifici pubblici come sono le caserme e come potrebbero diventare i complessi alberghieri confiscati alle mafie, si risparmierebbero ingenti risorse da poter investire in formazione ed educazione con l’assunzione di migliaia di giovani laureati a cui affidare il compito di seguire e controllare i processi identificativi, formativi e di apprendimento degli ospiti i cui permessi di soggiorno dovrebbero essere associati al raggiungimento degli obiettivi di integrazione. Sulla legalità continua a non transigere la Milena nazionale. A differenza del paladino moralizzatore Antonio Di Pietro che ultimamente sembra essersi pentito di aver portato a termine le indagini di tangentopoli che a suo dire hanno indebolito il sistema politico ed il cui patrimonio di credibilità fu azzerato dalle inchieste di “report”, la Gabanelli continua a pensare che un magistrato quando ha in mano le prove non debba preoccuparsi delle conseguenze politiche della sua azione giudiziaria, ma debba semplicemente applicare la Legge laddove riscontra reati. Punto e basta. C’è poco di cui rammaricarsi quando i casi scoperti corrispondono ai reati dettagliati nei codici. Coi magistrati Gabanelli conferma di avere un’assidua frequentazione e la circostanza le consente di osservare che è l’unica categoria professionale che spesso si avverte infallibile perché è la sola categoria di funzionari a cui mai nessuno si permette di dare del “cretino”, come invece accade ad ogni altro comune mortale nella vita. Tutte le volte che ha modo di avere a che fare con la Giustizia però, lei si augura unicamente che gli capiti un giudice che legga le carte e non nutra pregiudizi. Fino ad ora rileva, è andata bene. Sui politici che invece hanno delle ritrosie o addirittura rifiutano di rispondere alla Giustizia, con disarmante semplicità Gabanelli ritiene che quanti fanno capo a ruoli di rappresentanza, debbano curarsi della fiducia che i cittadini ripongono nelle Istituzioni e dunque, siano tenuti a liberare il campo se attinti dal dubbio e dal sospetto di una indagine a loro carico. Infine chiudiamo con le banche anzi, con Banca d’Italia. Accertato che Continua a leggere

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Appendino, Raggi e le cime tempestose dei Cinquestelle

Né destra, né sinistra, era un Prete, Paolo Giordana, il capo gabinetto del Sindaco Cinquestelle di Torino Chiara Appendino che è andato oltre e si è dimesso per aver fatto cancellare una multa ad un porteghese suo amico. Novanta euro risparmiati e viaggio di ritorno a casa gratis con mezzo di trasposto rigorosamente pubblico del Gruppo Torinese Trasporti S.p.A. che fa capo a FCT Holding S.r.l., società finanziaria controllata dal Comune di Torino. E ci mancherebbe. Gli amici a questo servono, a stare in compagnia, dividi il companatico, raddoppia l’allegria in Comune. I TPL devono essere rigorosamente pubblici a Torino come a Roma. A dire il vero pubblici lo sono anche a Napoli. L’Italia si unisce nella lotta NoTav-no bus. Da nord a sud: precisi, economici ed efficienti. Vuoi mettere l’efficienza di  un servizio pubblico con l’efficacia di un trasporto privato dove se non paghi il biglietto resti a piedi perché il solo interesse del datore di lavoro è quello di fare profitti raggiungendo il maggior grado di soddisfazione dell’utenza? Ma i grillini sono diversi. Loro sono oltre la destra, oltre il PD, sono per il collettivo, restituiscono i vitalizi e ti tirano giù dagli “altari” se restituisci il biglietto del tram. Semplici e corretti. Ad avercene di sì onesti e trasparenti al governo di Palazzo Chigi. Virginia e Chiara, travolte da un insolito destino. La Raggi si smarrì sui tetti con Romeo; l’Appendino perse la sua bussola in piazza San Carlo la sera della finale di Champions. Oramai orfane, ad entrambe non rimangono che i clic del Rousseau ed i consigli di Casaleggio. E pensare che il vaffa a Torino fece di Chiara la più amata dagli italiani. Giovane, elegante, procedeva spedita finché le scorte di farina sabauda nella cambusa dell’Amministrazione non sono andate esaurite ed ha dovuto affrontare gli eventi con le risorse proprie del movimento. Un pasticcio tira l’altro e tutto è venuto giù precipitosamente, tranne che il consenso. Quello ancora regge nei sondaggi. Vedremo alla Continua a leggere

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Biagio De Giovanni, in Europa la democrazia lotta contro gli Stati democratici

Sono tempi propizi per lasciarsi andare alle emozioni quelli che viviamo. L’Europa sembra rientrata in un interim che ricorda da vicino quello esplorato nel ‘900. Un ciclo che ben conosciamo in cui il disordine della società disconnessa dalla ragione, ci mette in attesa di una nuova storia. Il caos, lasciato libero di operare, ritorna a rinfocolare antiche, sopite passioni mai del tutto spente. Quella gamma di sentimenti che ristagnano nel profondo delle viscere dei popoli come riserva di salvezza, ultima speranza per rinascere a nuovo corso. Quale che sia la piega che prenderanno gli eventi in Catalogna, il sentore che l’ordine democratico europeo costruito sulle macerie del dopoguerra fosse entrato in crisi, l’avevamo avuto molto chiaramente già con la separazione tra cechi e slovacchi, cui fecero seguito le forti spinte indipendentiste dei fiamminghi in Belgio poi riverberate dall’avanzata prepotente della Lega di Bossi nel nord Italia e proseguite col tentativo quasi riuscito della Scozia di staccarsi dal Regno Unito fino a giungere alla Brexit, che ha certificato il rigetto dei principi di democrazia sofisticatamente tradotti e declinati dalla UE. Unione, ricordiamo, nata per tenere insieme Stati nazionali e che viceversa ha finito per sancire la morte delle nazioni e l’abbattimento di ogni limes economico, culturale, sociale, politico ed etico. Un magma primordiale di incandescenza sociologica nel quale sono piombati loro malgrado i popoli stessi dell’Europa sotto la spinta di forze sconosciute, spesso anonime e prive di volto. Un orizzonte talmente aperto ed allargato all’universo mondo dalle sconsiderate élite europee, da sconfinare nell’incertezza dell’oscuro infinito e risultare di pregiudizio alle comunità territoriali che smarrite, disorientate, comprensibilmente fanno appello alle risorse tradizionali ultime di riserva: provano a ritrovarsi lungo i confini a loro più vicini e riconoscibili, quelli dell’antico villaggio che all’Europa della finanza apolide va stretto. L’Unione Europea, così come l’hanno voluta e disegnata nei Trattati non i popoli, bensì i governi ispirati dai teorici del progresso che avanzerebbe a loro dire indistintamente su ogni zolla di terra del pianeta, è stata capace di mettere contro la democrazia gli stessi Stati democratici. Stati ai quali si è arrivati al punto di disconoscere addirittura ogni possibilità di esercitare la difesa con mezzi idonei alla conservazione delle proprie prerogative Statuali. Gli scienziati del diritto teorizzato a tavolino, hanno finto sorpresa ed indignazione per la Guardia Civile spagnola che nell’esercizio dei suoi compiti d’istituto ha usato legittimamente la forza pur di riuscire a disperdere quella che a ragione dovrebbe essere considerata nulla altro che una adunata sediziosa intenta a sovvertire l’ordine Costituzionale. Se una folta minoranza vuole imporre ad una non meno nutrita maggioranza silenziosa, l’occupazione delle piazze e delle Istituzioni per rivolgere a proprio vantaggio gli eventi determinati da una azione rivendicatrice di nuovi ordinamenti, che cos’altro sarebbe rimasto da fare ad una forza di polizia, se non disperdere la folla e salvare il bene collettivo? E’ pensabile che una forza Statuale organizzata rimanga inerme ad assistere la sua stessa fine? Quali rivoluzionari da salotto possono mai pensare di scendere in piazza a fronteggiare uno Stato democratico e poi lamentarsi di averle buscate? A questa Europa di maniaci depressi che dicono di amare il mondo più di quanto amano il continente che Continua a leggere

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La vecchia ciabatta va da Putin e taglia il gas a Salvini e 5 stelle

Si è rimessa in cammino la vecchia ciabatta. Consumata, bucata, menata a lucido si tiene a fatica da ogni lato, ma non rinuncia e resta in campo. Non corre, si trascina, tiene la palla, non ha più fiato per vincere e prova allora a rompere quello dei suoi compagni di squadra. Si accontenta del pareggio pur di restare in partita. Vuole mantenere la fascia di capitano. Ed allora va da Putin ed in nome della vecchia amicizia gli chiede di tagliare il gas a quelli che giovani, di energie da bruciare per correre e vincere ne hanno di fresche. La fortuna comunque non gli gira le spalle. La Catalogna si mette nei pasticci ed in Lombardia e Veneto la gente comincia a temere il peggio. Il referendum si sgonfia nei sondaggi. L’occasione è propizia. Da scafato marpione in men che non si dica riconquista la scena col vecchio apprezzato numero di cabaret del Continua a leggere

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L’Italia smart lo è da sempre, come sanno bene dalle parti di Di Maio

Uno vale uno, ma dopo Rimini a decidere restano in due: Grillo continuerà ad epurare, sarà però Di Maio a fare le liste. Cancellato il viaggio in Giappone, il più giovane dei Giggino che all’ombra del Vesuvio aspira a palazzo Chigi, ha intuito ch’era meglio restare separato, ma comunque in casa, con Fico, l’ortodosso della prima ora. Avanza infatti minaccioso un triunvirato oppositore interno che insieme a Fico annovera la Lombardi, anch’essa reduce da un periodo difficile per sua stessa ammissione, dove ha rischiato seriamente di essere sbattuta fuori dal movimento per avere pervicacemente attaccato la Raggi nella malcelata speranza di conquistare i cuori dei romani che pensa la possano condurre alla Presidenza del Lazio e Morra, l’osso duro del M5S ostinato come pochi a rifiutare il ruolo politico assegnato a Di Maio dai clic del Rousseau. Nel Movimento, Morra riconosce un solo Capo: Grillo, per le scelte che ha fatto nella vita. Accipicchia! Nella storia dello spettacolo ancora non si aveva notizia di un comico capace di fidelizzare il suo pubblico fino al punto da determinarne gli orientamenti di pensiero e le preferenze culturali. Crozza ad esempio, da quando è passato alla NOVE, più nessuno gli dà ascolto. Il vanto del M5S secondo Morra, è quello di aver abbattuto le distanze tra i cittadini e la loro rappresentanza politica: tutti possono fare politica, non c’è bisogno di un capo. Una tesi non propriamente nuova. A sentire Morra, viene da pensare che la scelta della Raggi il M5S l’abbia mutuata dalla cuoca di Lenin. Infatti Roma, la Capitale, i grillini la stanno cucinando a fuoco lento in attesa di preparare il gran finale del baccanale di Governo con l’arrivo alla guida del paese. Il portavoce designato anticipa che una volta raggiunto palazzo Chigi saranno dolori innanzitutto per il sindacato e poi per quei furbi che incasseranno il reddito di cittadinanza ed andranno poi a lavorare in nero. Il sindacato  volente o nolente sarà chiamato a riformarsi perché i giovani lavoratori del web non si sentono rappresentati ai tavoli di contrattazione da gente che prende soldi a pioggia da ogni parte e gode di pensioni d’oro. Pero’. Niente male. Gli intendimenti sembrano apprezzabili se non fosse che la Camusso ha già messo le cose in chiaro: quello di Di Maio è un insopportabile linguaggio autoritario. Tutto lascia pensare che l’opposizione sociale si trasformerà in consenso nelle urne come è già avvenuto coi tassisti e gli autisti romani, dapprima minacciati e messi in riga e poi garantiti a vita senza batter ciglio. Quanto ai disoccupati la faccenda si fa un po’ piu’ complicata. Per averne il voto bisognerà trovargli qualcosa da fare che giustifichi il reddito di cittadinanza, però questa attività non dovrà essere troppo impegnativa. Giusto il tempo di una firmetta e vai, che c’è da lavorare in nero e tanto. Oggi per tirare avanti, due stipendi non bastano. Gli italiani  Continua a leggere

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