Cari giovani i Governi non nasceranno nelle urne, la Repubblica ritorna a partorire in Parlamento

Per fare una riforma Costituzionale c’è bisogno dei professoroni, se chiami a redigerla un’aspirante miss Italia ed un sensale della politica costretto a dividesi tra i diritti della difesa ed i diritti fondamentali dei cittadini, finisce che la nuova Repubblica abortisce nelle urne del Referendum come è accaduto il 4 dicembre ultimo scorso. Col bel risultato che poi il pallino del Governo ritorna nelle mani dei vecchi odiati partiti, quelli stessi ai quali per venti lunghi anni dal lontano ’92 di tangentizia memoria, nelle piazze ed in ogni dove, si diceva di volersi liberare. Tutto merito del rottamatore dunque se Mattarella ha potuto con gioia rispolverare i suoi amati studi di diritto parlamentare e fissare una fittissima agenda di consultazioni con ben 23 delegazioni di altrettanti partiti ciascuno dei quali salirà al Colle con ambizioni e richieste inderogabili che avrebbero fatto la gioia di Giulio Andreotti, Aldo Moro ed Arnaldo Forlani. Tanto per schiarire le idee a quel 80% di under trentenni che sono andati a votare convinti di difendere i diritti dei lavoratori e dei pensionati. Cari ragazzi, d’ora in avanti come è stato per i vostri padri, il Governo non lo decideranno gli elettori nelle urne, ma i partiti nelle trattative più o meno segrete tra i loro emissari ai cui esiti si fingerà di pervenire in lunghi ed estenuanti quanto noiosi dibatti parlamentari perché è così che funziona una Repubblica democratica Parlamentare! Dato l’addio alla III Repubblica, considerato che la II è andata a male perché anch’essa nata con vizi di forma oltre che di sostanza, non rimane che festeggiare la restaurazione partitocratica col ritorno alle poltrone dei vecchi padrini: Governo Istituzionale che porterà a termine la riforma elettorale proporzionale con la quale Berlusconi, Franceschini, Orlando, Rosato e Brunetta preparano il terreno alle larghe intese della prossima legislatura in funzione antigrillina con buona pace della partecipazione e della sovranità popolare. Amen. Se nel PD stanno per mollare il ganassa, nel Continua a leggere

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Grillo rassicura i mercati, lunga vita al M5S

vignetta-grillo-e-la-violenza-verbaleCari, fottutissimi poteri forti, non abbiate paura, con noi al Governo non succede niente, non scappate. Il 4 dicembre vince il NO, andiamo a votare con l’italicum e la Costituzione la riforma il M5S che non è una ideologia, bensì una tecnologia. Un pò come a dire che il movimento non si muove lungo linee di visione ideale sperimentate da uomini in carne ed ossa, ma affida alla successione ordinata di zero ed uno nella logica di istruzioni impersonali impartite con bit che corrono lungo i bus di collegamento tra uomini e macchine, i destini incorruttibili di noi tutti fino a renderli a prova di traffico d’influenze. All’Università di Novara, nel corso della lectio magistralis su internet e democrazia, il fortunato erede del Rousseau si è lasciato sfuggire che stanno lavorando al programma e che nelle prossime settimane si prevede di giungere alla definizione di una versione Beta stabile dotata di command button per il boot del primo Governo cinque stelle ed un like di buon augurioLunga vita dunque al M5S, rassicurati i mercati il sistema si sente messo in sicurezza da Grillo. La protesta radicale poteva prendere una piega extraparlamentare come ci insegna la storia e sarebbero stati guai seri per la caste dei speculatori corrotti. Invece cominciano a riconoscere a Grillo il merito di aver convogliato la spinta incendiaria mossa da ragazzotti ambiziosi ed un pò pasticcioni che nella vita hanno combinato poco o nulla, verso il Parlamento dove finiranno per esaurirsi. E’ già accaduto ai monellacci del ’68 diventati quasi tutti accademici ed intello’ imborghesiti o più ancora sbiaditi, com’è capitato ai grunen tedeschi. In fondo Grillo è un comico, anche piuttosto bravo. La sua violenza verbale non fa veramente paura. A far ridere invece sono Continua a leggere

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Operai e produttori uniti con Trump anche in Europa, a smentire le menzogne della globalizzazione

federico-rampini-le-menzogne-delle-elitePolitici, intellettuali, maitre à penser, opinionisti, giornalisti e più in generale quel ceto di privilegiati che per vivere non ha bisogno di conoscere la fatica, si spera che abbia imparato e fatto tesoro delle lezioni impartite dalla Brexit e meglio ancora dalla vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane. Diversamente, se tutto dovesse procedere come se nulla fosse accaduto con la restaurazione dei vecchi sovrani sui troni europei della cultura, della politica e dell’economia, quello di un nuovo ’48 è un rischio che non si può escludere e sarebbe del tutto giustificato. Globalizzazione ed immigrazione, le menzogne delle elite, un mea culpa in piena regola scritto da un campione del pensiero globalista come Federico Rampini, uno di quelli che per sua stessa ammissione ha teorizzato e propagandato i benefici delle frontiere aperte del cui fallimento prende atto confessando di aver consumato il tradimento dei popoli e difeso ad oltranza ogni forma di immigrazione senza voler vedere la minaccia che stava maturando dentro il mondo islamico implacabilmente ostile ai sistemi di valori occidentali. Governi e pensiero progressista oscurati dalla fede nel metodo sovranazionale esercitato a mezzo delle Organizzazioni multilaterali e dei Trattati di libero scambio come strumenti positivi per definizione, hanno continuato a recitare la bella fiaba a lieto fine della società multiculturale omettendo accuratamente di spiegarci quale sarebbe stato il risultato finale: un miscuglio di valori incompatibili perorato al solo scopo di rendere accettabile il flusso incondizionato di masse migratorie disinnescando preventivamente ogni naturale accenno di reazione in nome e per conto del flottante anonimo ed interessato. L’elezione di Trump ha spiazzato i vecchi tromboni europei ancora alle prese col multilateralismo inconcludente ed i coordinamenti per la pace sconfitti ed umiliati nelle fosse comuni d’Iraq e Siria. L’Europa con Trump dopo settant’anni si è ritrovata orfana dell’America ed ha scoperto quanto sia duro rimediare ai problemi della sicurezza interna; far fronte al terrorismo sul campo e programmare sullo scacchiere internazionale, lo sviluppo del continente. Con Trump si chiude definitivamente il ‘900, socialismo e mercatismo vengono seppelliti dal nuovo corso dei popoli ribadisce Giulio Tremonti che per l’Italia vede alle porte il disastro finanziario e la vittoria del Movimento cinque Stelle la cui crescita esponenziale è diretta conseguenza del Governo merkelliano di Mario Monti. Con Trump si è chiuso il novecento, ma la storia ritorna punto e a capo verso un nuovo inizio. Al tavolo di yaltaper spartirsi il mondo dovranno aggiungere un posto che nel 1945 non c’era: la Cina di Xi Jinping che rigetta anche solamente l’idea di svanire nella democrazia, mantiene il mercato e preferisce comprare terra in Africa e nel mondo intero al solo fine di nutrire i suoi due miliardi di figli. Sulla scena mondiale più di tutti sono andati in ansia i tedeschi, Trump minaccia di infischiarsene del loro amato sistema di regole per il commercio e le relazioni internazionali. Dazi e sicurezza promette Trump, vuole infatti investire in infrastrutture per dare posti di lavoro negli USA con le risorse della sua personale spending rewie. La Germania quindi sarà costretta a mettere mani al portafogli, finanziare la NATO e sostenere le esportazioni che a frontiere aperte fino ad oggi sono andate a gonfie vele. Trump in fondo è arrivato per questo, Continua a leggere

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Trump Presidente, la colpa è della democrazia

vignetta-trump-sbaraccaL’America di Trump ha suonato il de-profundis alla globalizzazione. I sapientoni che avevano pensato di poter esportare la ricchezza e che ci hanno costretti ad importare povertà da ogni angolo della terra, sono sbigottiti del furore popolare lasciato libero di esprimersi nelle urne della Brexit prima e delle Presidenziali USA poi. Tanto quelli che non si stancano di vantare la grandezza della globalizzazione e l’energia vitale dei mercati aperti a fondamenta della democrazia portata dal vettore della crescita spinto dal sentimento morale del profitto, quanto quelli che hanno smesso di pensare in termini di classi sociali per parlare la nuova lingua delle minoranze etniche e di genere indistinto, coniando eufemistici neologismi pur di non dare ai fenomeni un nome proprio, sono stati colti da stupore ed incredulità nel costatare che la mobilitazione generale non basta più. Che l’egemonia culturale degli Stati senza frontiere esercitata dall’alleanza di blocco tra gli algoritmi della finanza apolide ed il pensiero debole del progressismo inquieto che negli ultimi venti anni ha totalizzato i media, non regge l’urto dei popoli frustrati dai problemi reali della sicurezza e della disoccupazione. Ora però che a vincere sono gli altri, quelli che hanno dovuto patire le fantasie ed i sociologismi sperimentali, allora si scopre che le urne elettorali sono la tomba della democrazia. Una contraddizione in termini per chi del suffragio universale ha fatto un valore rivoluzionario, un vessillo issato sull’Ararat dell’arca democratica. Se a vincere è quel piccolo mondo antico che non vede ragioni alcuna per sparire, allora le maggioranze non contano anzi, destano preoccupazione. Il loro verdetto è appellabile, mentre se avessero vinto gli illuminati correttissimi, il verdetto sarebbe stato inderogabile. Preoccupano più le maggioranze di quelli che lavorano duramente ed hanno votato Trump e mandato al macero i castelli di carta tirati su in fretta e senza fatica, che i circoli autoreferenziali delle utopie virtuose disconnessi dal sentire delle persone comuni e che però si arrogano il potere di decidere dei nostri destini. Accade anche in Europa dove ai marginalizzati del sistema, agli sgrammaticati che non Continua a leggere

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The brexiters spingono per una uscita rapida e senza riguardi, la UE non serve a nulla

teresa-may-in-decolteI dati Ons (Istituto britannico di Statistica), registrano una crescita dell’economia inglese anche dopo il referendum che ha sancito la volontà di uscire dall’ Unione Europea, a dimostrazione che l’economia nazionale del Regno Unito gode di una propria intrinseca forza, tale da poter far a meno del mercato comune. Ciò ha rafforzato i  brexiters”  i quali stanno esercitando pressioni sul Governo di Theresa May perché esca rapidamente e senza troppi riguardi nella convinzione che la UE non serve a nulla. E’ stata una follia affidare il potere ad una tecnocrazia per guidare paesi dall’ economie eterogenee che non parlano nemmeno la stessa lingua. Quella della Brexit è un’occasione che dovremmo cogliere, sostiene Giulio Sapelli ordinario di economia all’Università di Milano: la May infatti, deve negoziare l’uscita a vantaggio dell’Inghilterra ed ha quindi tutto l’interesse di trovare una sponda nell’Italia per rompere definitivamente l’asse franco-tedesco. Un tempo l’Europa era un progetto in ascesa che dava speranze ai popoli, poi i francesi con un referendum bocciarono la “Costituzione Europea”, frutto di un faticoso compromesso ricorda Romano Prodi. Da allora riprese il processo di nazionalizzazione delle politiche e progressiva marginalizzazione della Commissione. Infine siamo arrivati alla Brexit, un vero e proprio colpo di grazia inferto dai populisti. Perché riprenda vigore il progetto europeo, bisogna che i paesi facciano una paura ancora più grande. Il caso della Grecia è emblematico dice Prodi: si poteva risolvere in tre mesi spendendo molto meno di quanto non si sia speso. La stessa crisi economica andava affrontata come in America mentre l’Unione ha saputo produrre solamente il piano Juncker, inadeguato e lento. Come Sapelli, anche Prodi individua nella Francia l’ostacolo maggiore alla riforma dell’Unione. Fin qui l’Europa ha avuto un motore a due cilindri, quello tedesco e quello francese che Parigi non vuole sostituire con i motori italiano e spagnolo. Preferisce la Germania dove però all’orizzonte non si vede un “leader” capace di superare l’interesse nazionale ed operare per quello comune a l’intero continente. A Prodi e Sapelli si unisce Jean Paul Fitoussi, economista francese che conosce bene l’Italia dove insegna alla Luiss ed è membro del consiglio di amministrazione di Telecom: il progetto europeo non è nato per risolvere i problemi dei popoli europei. Disoccupazione, diseguaglianze, non fregano a nessuno. La UE è nata al solo scopo di ridurre il debito perché la Germania non si fida dei paesi mediterranei, li considera inaffidabili ed è questa la ragione per la quale li ha costretti a firmare in successione il “patto di stabilità”, il “six pack” ed altri “pack” rimettendo ai popoli europei la sola possibilità di cambiare governo, ma non di cambiare politica che va con il pilota automatico a prescindere se alla cloche sia chiamata la destra o la sinistra. Il progetto europeo è stato capace di fare solamente promesse che poi ha puntualmente disatteso. Agli elettori europei è stato detto che la globalizzazione e la tecnologia avrebbero loro dato la felicità. Non è stato così ed ecco spiegato il perché si rivolgono ai partiti populisti; è la stessa ragione per la quale gli inglesi hanno votato la Brexit. Pensiamo alla delusione degli elettori greci che votarono Tsipras sulla promessa che avrebbe cambiato politica e poi si sono ritrovati con un governo che ha attuato esattamente i piani della Trojka. La Grecia però è un piccolo paese, per riuscire a riformare la UE anche Fitoussi vede una sola strada: l’alleanza tra due grossi paesi  come l’Italia e la Francia capaci insieme di dire alla Germania: ora basta! La Francia nota Fitoussi con realismo, ha terrore di abbandonare la Germania e di finire sotto l’attacco dello “spread” come è accaduto all’Italia nel 2011. Ecco perché Hollande lascia cadere le avances di Renzi. Sul futuro dell’Europa  resta pessimista anche Fitoussi: alla Germania non importa nulla dell’Unione, i paesi europei o seguono le sue dottrine ordoliberali oppure possono allontanarsi consapevole che alla Germania basterà ritrovare la Mitteleuropa. L’Europa non esiste, Continua a leggere

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Tremonti, i muri servono, un gruppo di cretini riuniti a Marrakech s’inventò la globalizzazione

tremonti-semaforo-rossoNel 1994 un gruppo di cretini invasati ideologici, si riunirono a Marrakech per firmare il trattato WTO  che non è solamente un semplice trattato economico, ma è un trattato politico che reca la pretesa di sovrapporre all’antica divisione Est/Ovest del mondo l’ideologia del mercatismo, cosa diversa dal mercato teorizzato da Adam Smith dove lo Stato interviene in funzione regolatrice. I principi ispiratori di questa nuova ideologia, si rimettono all’economia che entra a dominare l’esistenza e la vita di ciascuno. Nel nuovo sistema il primato è assunto dalla finanza ed è il mercato stesso a scrivere le Leggi Costituzionali dei paesi civili e democratici: “nazioni senza ricchezza e ricchezza senza nazioni”. I cretini che non mancano mai riuniti a Marrakech, facendo leva sulla tecnologia della rete e la possibilità di scambiarsi informazioni in tempo reale tradotte dalla finanza in segnali tendenziali, finirono per inventarsi la globalizzazione, cioé quel processo di affermazione del mercato e della tecnologia che ha costruito il mundus furiosus contemporaneo secondo Giulio Tremontiospite dei giovani di Casa Pound dove è andato perché da uomo libero “io vado ovunque sono invitato”! Mercato-democrazia-Stato, nel nuovo rapporto di relazione come determinato dalla globalizzazione osserva Tremonti, l’America prova a combinare il mercato con la democrazia; la Cina il mercato col comunismo mentre nella nostra Europa questi tre fattori si sono completamente dissociati. Dall’originale liberté, fraternité, egalité, siamo regrediti a  globalité, marché, monnaie perdendo il senso della storia, vero dramma della nostra civiltà. All’Europa va bene l’altrui modernità, non è più capace di costruire un suo presente. Immigrazione, degenerazione della finanza, rivoluzione digitale, nuovo colonialismo, in questo libro vi anticipo che cosa può succedere prova a sintetizzare Tremonti ed i giovani convenuti ad ascoltarlo, scoprono di avere con l’ex ministro dei tagli lineari che però suggeriva gli eurobond ed i dazi in difesa del lavoro e dei prodotti europei, insperati punti comuni di analisi e visione a cominciare dal fenomeno delle migrazioni, fantasmi di un passato remoto che si ripresentano. Le cause dell’immigrazione secondo Tremonti, sono da ricercare nella TV e nelle guerre cosiddette di esportazione della democrazia. Quello che si sta verificando è il ritorno in direzione opposta del colonialismo attratti dalla televisione su di una scala infinitamente più grande da sud verso nord nell’ordine dei 200 milioni di persone. Contrariamente a quanto si pensa, sono i più forti a mettersi in cammino su rotte organizzate investendo sul loro futuro. Mi hanno mostrato i disegni dei bambini dei paesi poveri e tutti riproducono l’immaginario del nostro benessere proiettato loro dalle immagini della televisione. Altra causa scatenante delle migrazioni massive, sono state le guerre mosse dall’intento disperato di esportare la democrazia. Un’esercizio pericoloso perché anche in Europa la democrazia appena quarant’anni fa era una eccezione non la regola. Pensiamo per esempio, ai paesi europei del blocco comunista. La democrazia è un processo progressivo sostiene Tremonti, non è un prodotto che si possa mettere sul mercato come McDonalds. La democrazia non la puoi imporre a chi non la vuole. Dieci anni fa la Libia e la Siria stavano meglio di oggi. Con internet e la televisione abbiamo disastrato i popoli, le primavere arabe sono gli esiti della nostra incessante opera di persuasione democratica. In un’ottica simile, i muri servono, sono simboli di sicurezza che tranquillizzano i popoli anziani del vecchio continente in crisi. Costruire muri può essere una scelta difficile a prevenire rotture drammatiche afferma senza esitazioni il buon Giulio, incurante della retorica demenziale che si ascolta in giro. Quello che è venuto a crearsi è un vero blocco egemonico culturale e politico, che il recente voto dei popoli più consapevoli delle drammatiche dinamiche loro imposte, segnala come una significativa inversione di tendenza destinata a maturare ed incidere profondamente sui dogmi della meccanica globalista. Un altro fattore destabilizzante del mundus furiosus nel quale viviamo, Tremonti lo individua nella degenerazione della finanza che estende per algoritmi incontrollabili i suoi tentacoli in tutto il globo terrestre. Nel vecchio mondo la finanza poggiava sulla economia reale, adesso nemmeno più le banche centrali riescono a gestirne i suoi complessi risvolti. La BCE produce impulsi per ottanta miliardi al mese provocando il crollo dei tassi a zero, dovessero scendere sotto zero sarebbe drammatico, diverrebbero una sorta di tassa osserva Tremonti, creando enormi problemi a chi risparmia ed alle stesse banche ed assicurazioni. Si pensi ai fondi pensione che non riescono a garantire margini di rendita sufficienti agli investimenti accantonati dai lavoratori. Tremonti individua nella finanza fattori di rischio straordinari, complice la rivoluzione digitale che ha sostituito i lavoratori con i computer. La paura oggi prende anche i colletti bianchi che temono di cadere nella disoccupazione come mai è accaduto nella storia. La rivoluzione industriale segnò il passaggio dal lavoro agricolo ed artigianale a quello delle fabbriche, ma offrì comunque nuovi posti di lavoro, oggi invece siamo andati oltre ogni immaginazione, le macchine non hanno più bisogno di un controllore, si sono sostituite direttamente all’uomo. La rete apporta modifiche anche alla politica, generando al tempo stesso anarchia e nuove gerarchie. Il tratteggio storico dello scenario mondiale di crisi politica, economica e sociale serve a Tremonti per spiegare le cause della crisi della Unione Europea e dell’euro: alla fine della II guerra mondiale, l’Europa si costituì nella sola dimensione economica, il MEC (mercato economico comune), e seppe conquistarsi agli occhi dei suoi cittadini una immagine di sviluppo e di benessere molto più “caldo” e coinvolgente rispetto ai freddi tassi della BCE con i quali si pretende di rappresentarla. Tutto cambia con la caduta del muro di Berlino, l’Europa cessa di essere solamente un fatto economico e diventa un corpo politico. La Corte del Lussemburgo oggi conta più della Corte Costituzionale italiana, nasce un diritto sovranazionale che viene applicato ed al quale le sentenze delle nostre Corti devono riferirsi. Quelli che hanno disegnato la UE oggi non capiscono il mostro che è diventato. E’ mai possibile che una Corte Europea possa imporre alla Turchia ad esempio, paese di diritto musulmano, il suo diritto orizzontale che fatica a riconoscere finanche le differenze tra maschio e femmina? Un conto è fare entrare la Turchia nello spazio economico europeo, altra storia sarebbe accoglierla nello spazio politico della UE. Gli stessi padri della UE non capirebbero il mostro che è diventato l’Unione. Dopo aver creato il mercato comune con le sue regole perfette, abbiamo pensa di compiere un passo ulteriore ed entrare nella globalizzazione sic et simpliciter esponendo le nostre imprese alla competizioni di oligopoli ed economie di comando come quella cinese coi risultati che sappiamo: fallimenti, delocalizzazioni, perdita di posti di lavoro, dequalificazione del lavoro e conseguente competizione sui margini a danno della qualità dei prodotti. A che cosa sono servite allora l’Unione con la sua moneta senza governi se i governi europei sono rimasti senza monete chiedono a Giulio Tremonti i giovani di Continua a leggere

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La piccola armir della NATO, ha ridato coraggio ai badogliani

fronte-russo-forza-rapida-esercito-italianoNel 1979 la decisione della NATO di schierare i missili balistici intercontinentali Pershing e Cruise a difesa della sicurezza minacciata dal puntamento degli SS20 sovietici contro le capitali europee, risultò di fondamentale importanza al mantenimento della pace. L’equilibrio del terrore pur contrastato fortemente dai velleitari movimenti pacifisti, si rivelò non solamente un efficace fattore di deterrenza, ma accelerò il processo di implosione dell’intero sistema socialista disperatamente tenuto in piedi dalla sola forza militare dell’U.R.S.S. Con gli SS20 la Russia comunista si giocava l’ultima carta della sua sopravvivenza contando sull’ apporto delle opinioni pubbliche occidentali condizionate dalle sterili convinzioni pacifiste secondo le quali la resa unilaterale è la via esclusiva per scongiurare la guerra. Quella eco non ha smesso di riverberare anche ai nostri tempi ad esempio, si pensa che per sconfiggere il terrorismo si debba accettarne il ricatto e restringere la sfera delle nostre libertà espressive e di pensiero. In Italia poi le ragioni del pacifismo unilaterale trovano un naturale terreno di cu(o)ltura nella propensione a denunciare le alleanze e passare al fronte opposto pur di sottrarci alle responsabilità. Rispettare i patti e mantenere la parola data è un’opzione che opportunisticamente pensiamo di poter ribaltare e senza pagare pegno alcuno mantenere una credibilità internazionale tale da poter contare nelle decisioni che comunque comprendono i nostri destini. L’ultima prova del nostro carattere nazionale è venuta dalla canea badogliana sollevata alla notizia che una piccola forza militare simbolica italiana sarà schierata nelle Repubbliche baltiche sotto le insegne della NATO cioé, dell’alleanza che ha assicurato settanta anni di pace sul territorio peninsulare e continentale. Jens Stoltenberg, segretario norvegese dell’alleanza, si è adoperato per spiegare nel dettaglio che i motivi della decisione di mostrare i muscoli sono dettati unicamente da ragioni di deterrenza a difesa delle Repubbliche alleate dell’est sottoposte a costanti minacce dall’ingombrante vicino che ha ripreso ad esercitare una sistematica politica di egemonia ai suoi confini esterni non disdegnando l’uso della forza. La NATO ha ribadito Stoltenberg, vuole difendere la pace, e non cessa il dialogo con Mosca con l’obiettivo di convincerla a coniugare al passato il tempo di Yalta. Alle recenti “escalation” militari, la Russia non ha fatto seguire alcuna dichiarazione di intenti. Forse non sa esattamente quali obiettivi porsi. Semplicemente potrebbero essere sforzi per riconquistare il prestigio perduto. Con ogni probabilità si pensa che Putin miri ad una nuova Yalta cioé, ad una nuova spartizione delle zone dove poter esercitare la propria egemonia di potenza militare sistemica prima ancora che economica sul modello degli accordi firmati dalle potenze che uscirono vincitrici dalla II guerra mondiale. Si spiegherebbero così anche le simpatie con il candidato Repubblicano alla Casa Bianca Trump, che vuole un ridimensionamento della NATO ed il ritiro definitivo degli USA dalla scena mediorientale. E’ del tutto evidente quindi che se l’Italia vorrà sedersi al nuovo tavolo della pace est-ovest del XXI secolo e contare, non può non mantenere fede alla sua alleanza e mettere insieme una piccola Armir simbolica che vada a giocare alla guerra perché di questo si tratta, in sicurezza e nulla di più. La NATO è in fondo Continua a leggere

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Theresa May, un’infermiera inglese per la destra italiana

vignetta-merkel-vs-may-coi-mattarelliMerkel e May, due modelli conservatori, il primo in fase declinante, il secondo in fase ascendente che potrebbe segnare una direzione di marcia univoca per l’intera destra europea. S’è vero che non si apprezzano più differenze sostanziali tra destra e sinistra in tutta Europa, è altrettanto vero che a capo dei conservatori inglesi è stata chiamata una “leader” che promette con decisione di portare il cambiamento invertendo l’incerta rotta tanto in campo sociale, quanto in campo economico. Fuori dall’EU, il Regno Unito guidato da Theresa May senza più vincoli e condizionamenti politici ha le mani libere di sperimentare le strategie più idonee a recuperare quel consenso sociale che le democrazie necessariamente non possono ignorare. Dalla Brexit sta per venire alla luce una nuova Inghilterra che punterà decisa a sinistra in economia e dirotterà spedita a destra nella società. Sembrano idee buone che si attagliano al futuro dell’Italia ancora sospesa tra la tentazione mai sopita d’impaludarsi nella grande coalizione alla tedesca da un lato e la minaccia del M5S pronto a fagocitare consensi tanto a destra quanto a manca. Forte e chiara, la destra della May si chiama fuori dalle estenuanti dispute che il moderatismo liberale ingaggia a distanza di sicurezza con le prepotenti spinte popolari in grado di determinare le maggioranze e che ad esempio, vede ancora impegnata l’Italia nel tentativo sterile di contrabbandare la destra col viso innocuo e rassicurante di un Parisi. La svolta ibrida, liberale e trattativista di Cameron respinta nelle urne dalla Brexit ha segnato il superamento del compromesso politico indolore per le parti in disputa. Rotto il conformismo del suo predecessore, Theresa May promette di riappropriarsi senza timori di sorta delle leve economiche per curare le ferite inferte al popolo dal turbocapitalismo globalista con la sola medicina in grado di rimarginarle: l’intervento perequatore dello Stato in economia perché il popolo si riconcili alle sue classi dirigenti. Con forza la Brexit si è fatta portavoce delle preoccupazioni che investono la sicurezza di tutti gli europei sempre più insofferenti alle direttive in nome di principi astratti che disegnano un mondo ideale difforme dal mondo del reale ed ecco che senza indugi e riserve la nuova politica dei conservatori inglesi non rinuncia al governo della società e si riprende il controllo dell’immigrazione con l’urgenza che la stessa cronaca detterebbe a tutti i paesi del vecchio continente tranne che alla politica italiana pronta al martirio pur di passare come la più brava, la più buona e la più corretta. Anche la più stupida ed autolesionista tra tutte le inseguitrici delle utopie globaliste. Volesse vincere ed andare al governo, la destra italiana ha ora in Teresa May un Continua a leggere

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Cacciari, i popoli non sono intellettuali, a giusta ragione hanno paura degli immigrati

cacciari-dito-medioCresce sempre più in Europa il rigetto verso il fenomeno della immigrazione di massa. I sondaggi registrano una media del 60% di europei contrari ai flussi immigratori massicci come quelli degli ultimi due anni e la tendenza repulsiva tende ad aumentare tanto da aver costretto le classi dirigenti europee a non snobbare la questione come pure si è cercato fin qui di fare, perché comincia ad assumere i caratteri propri di una rivolta incontenibile che non si può semplicisticamente ricondurre ad un rigurgito razzista. A voler indagare con maggiore realismo, le cause di tanta ostilità che affiora trovano la loro genesi nella inconscia paura collettiva che investe i popoli quando vedono minacciata la propria sicurezza dall’arrivo dello straniero, del diverso. A tanto indotti anche e soprattutto dalla scarsa disponibilità del nuovo vicino di casa che malamente cela il disprezzo e l’intolleranza verso quella stessa civiltà che si ripromette di dargli da vivere. A cadere sotto i colpi dei kamikaze tanto disperati quanto disadattati, non sono dunque solamente le vittime innocenti di generosa ospitalità, ma l’architettura stessa della teoria globalista del capitale flottante che ha voluto imporre un salto nella storia troppo lungo alle genti del mondo sottosviluppato, privandoli dei necessari processi di avanzamento progressivo ed adattamento alle esigenze della civiltà del benessere materiale. I popoli non sono intellettuali osserva Cacciari e per fortuna, aggiungiamo noi. Essi non siedono a tavolino per immaginare un mondo diverso dal reale, non teorizzano diritti innaturali che si fanno passare come conquiste dell’uomo mentre molto spesso altro non sono che il riflesso esistenziale frustrato di pochi. I popoli sono carne viva e la loro paura di fronte a fenomeni incontrollati e minacciosi è del tutto comprensibile, ragionevole. Anzi, ci sarebbe da stupire se fosse il contrario, rimarca Cacciari. Il primo istinto dell’uomo è quello della sopravvivenza e le certezze gli vengono dalla conservazione dei riferimenti tradizionali che si tramandano lentamente e con fatica tra le generazioni ciascuna delle quali ne sedimenta di nuovi che le precedenti supera, ma li comprende. Tra un anno, Continua a leggere

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Sta per crollare il muro UE di chiacchiere leniniste che vietano ed impediscono

vignetta-veglia-al-cadavere-ueI problemi di alcune banche ed i problemi di deficit o debito eccessivo di alcuni Stati, NON devono impedire alla BCE di normalizzare la politica monetaria interrompendo a marzo 2017 come da programma il QE, rialzare i tassi e stabilizzare i prezzi. La Bundesbank di jens-weidmann non fa mistero dell’opposizione a Mario Draghi ed alla politica del denaro facile che fin qui ha tenuto in linea di galleggiamento l’economia italiana rastrellando titoli di Stato ed Obbligazioni a rischio. Quanto all’accusa mossa da più parti alla Germania di accumulare un enorme surplus di bilancio fatta propria dal ganassa per riaccreditarsi presso l’elettorato in vista del referendum costituzionale, Weidmann taglia corto: è ingenuo pensare che una politica di spesa tedesca possa avere ricadute positive sugli altri Stati della UE. L’Italia deve proseguire sulla via delle riforme strutturali le sole che possono creare condizioni favorevoli alla crescita. Prioritario è ridurre l’enorme debito pubblico che con il rialzo dei tassi rischia di diventare insostenibile. Un avvertimento chiaro e forte. Anche sul nostro deficit Weidmann conferma che Berlino ci mantiene sotto osservazione: non si è abbassato per i tagli di spesa afferma, ma perché avete pagato meno interessi grazie al QE. Insomma, a voler insistere sugli ideali europei ed a non voler uscire dall’euro, c’aspettano tempi duri e guai seri forse peggiori di quelli passati. Il muro di belle-chiacchiere che ha sostenuto fin qui l’Europa sta per crollare. La crisi del debito Greco, la Brexit, l’invasione di migranti sulle coste italiane sono i campanelli di allarme che facciamo finta di ignorare. L’Europa è percepita dai cittadini europei come una minaccia, una sovrastruttura di stampo leninista che impedisce e vieta. A parlare in questi termini non è un leader populista della destra francese, olandese piuttosto che italiana, ma Fitoussi, economista kenesiano di provata fama progressita. L’attacco distruttivo portato all’economia della Grecia fino al culmine raggiunto con la Brexit, dimostrano le ragioni di quanti sostengono che l’Unione Europea è giunta ad uno stato di decomposizione avanzata irreversibile perché le scelte di gestione non sono affidate ad istituzioni di tipo politico che agirebbero per loro natura nell’interesse esclusivo e proprio della Unione medesima, ma sono delegate per surroga ad una tecnocrazia clientelare di cultura ibrida nel senso che arriva ad occupare i vertici per meriti di mera fidelizzazione nazionale e si autolegittima solo grazie all’implementazione di sciocchi algoritmi ispirati ad un liberismo che nelle intenzioni dovrebbe accreditarne l’imparzialità. L’Unione europea ha funzionato finché è restata un blocco di mercato chiuso, ha iniziato a morire quando invece ha preteso di coniugare l’ideale ispiratore alla globalizzazione osserva Geminello Alvi, scrittore, giornalista ed economista italiano noto critico dell’euro fin dal 1998, tra i pochi ad aver intuito i rischi derivanti dall’adozione di una moneta forte per un paese come l’Italia che deve gestire un debito sproporzionato rispetto alla sua fragile economia alla quale veniva sottratto uno strumento vitale come la svalutazione competitiva che incoraggia e sostiene la crescita in tempo di crisi. Gli stessi teorici interessati all’anarchia globalista dalla quale traggono immensi profitti, riconoscono come l’allargamento delle diseguaglianze sociali e l’attacco al benessere delle classi medie minacciate dalla concorrenza diretta di economie a bassi costi di produzione, nell’ultimo anno abbiano fatto registrare il ritorno a misure protezionistiche che hanno rallentato il commercio mondiale tanto da indurli a pensare che forse la sciagurata globalizzazione si sia avviata sul viale del tramonto. Meglio tardi che mai. In questo mondo messo sottosopra dalla economia globale, non c’è altro mezzo democratico per decidere a chi tocca decidere che l’appello al popolo, il referendum. La Brexit ha dimostrato che tante sono le persone che rifiutano di essere forzate ad accettare modi di convivenza lontani dai loro stili di vita e per giunta imposti con editti di anonimi burocrati. A scriverlo è Roger Scruton, filosofo e docente inglese al quale viene da pensare che l’avversione allo strumento di consultazione referendaria denunciata dalle élite finanziarie europee sia il sintomo inequivocabile che esse non credano fino in fondo nella democrazia. I Trattati di Roma con l’espediente ingannevole della sussidiarietà, hanno finito per esautorare gli Stati della Sovranità popolare potendo regolamentare nel nome del mercato ogni aspetto della vita sociale interna di uno Stato membro senza l’obbligo di rispondere politicamente degli errori commessi. Nelle democrazie le leggi cambiano e si adattano alle contingenze dei tempi, anche le Costituzioni si evolvono, ma quando si pretende di legiferare a mezzo di Trattati internazionali che restano Continua a leggere

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